Capannoneide

“Il Terzo mondo viene a trovarsi al centro del Primo, nelle forme dei ghetti, delle favelas e delle bidonville Il Primo mondo si trasferisce nel Terzo assumendo le fisionomie delle borse valori, delle banche, delle multinazionali”
Michael Hardt – Antonio Negri

Capannoneide. Ode alla fabbrica vuota

Gli egizi avevano le piramidi, i greci i templi. I romani -che erano pragmatici- ponti e acquedotti.
E noi cosa lasciamo? Falli di vetrocemento, monumenti al valore per metro quadro e capannoni vuoti. Pericolanti quinte teatrali di siderurgia urbana, vecchie tigri dalle viscere rugginose, ciminiere di denti rotti.
Una volta c’erano le industrie: tronfie della ricchezza che producevano. Grandi macchine, grandi numeri; capacità manuali e intellettuali.
Oggi abbiamo i capannoni. Poveracci. Il capannone è un grasso incapace, figlio di un Brambilla minore che abita con la famiglia nella villetta adiacente, sperando che la Guardia di Finanza non arrivi o addio nero. Capannoni abbandonati, che non possono delocalizzarsi, emigrare dove si pagano meno tasse, cercare paesi con tanti operai e nessun sindacalista. Capannoni innamorati di un padrone che non ricambia e li tradisce in Corea, Tunisia, Messico, Polonia, Cina.
Cuori crepati di cemento e spine in attesa di un nuovo piano regolatore. In coda per diventare centri fitness o supermercati. Loft per architetti. Covi per spacciatori, casa per clandestini disperati. Scheletri spolpati di macchinari emigrati a Oriente in cerca di fortuna, location per musei. Pavimenti impregnati di oli esausti, orchi di fuliggine, pance di scorie, muri cotti dagli altiforni, nervi elettrici saltati.
Capannoni ex tutto, suolo sterile di frigorifero vuoto. Diventano mercatini dell’usato, mobilifici, spazi per stoccaggio di merci, magazzini per la frutta e verdura. Altri, fortunati, si trasformano in cinema multisala. Dalla catena di montaggio alla macchina per il pop corn! Se proprio va male si spiana tutto e si fa un parcheggio.

Nei labirinti di autostrade si intravedono gli outlet: oasi di capannoni addirittura belli, miraggi per viandanti consumisti. Fruscio di vestiti, tazzine, tasti, telefoni, cassiere sorridenti, carte di credito svolazzanti, sottofondo musicale. La gente vi compie sacrifici costosi, nel nome del prodotto interno lordo.

E a nessun bambino viene spiegato che la terra è finita, prima dell’ossigeno.

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