Leisure Time in Monfortinjazz

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Un (presunto) critico dovrebbe partire con il dire qualcosa della musica, nello specifico quella del quartetto di Branford Marsalis. Il problema è che a Monforte ci si accosta con uno spirito diverso. Intanto arrivando -come il sottoscritto- da una Torino in via di liquefazione o da qualche altra città, scendendo dalla macchina si scopre una tonificante brezzolina. La temperatura ragionevole ci riconcilia con i desideri del palato e ovviamente, avendo attraversato qualche chilometro di panorama dei vigneti patrimonio Unesco, scegliere dei vini locali in uno degli accoglienti, belli e professionali wine bar, ristoranti, trattorie, locande, cantine, etc., che allietano Monforte e dintorni diventa un dovere. Sorseggiando delizie (uso il plurale perché -in termini jazzistici- a un mainstream vino rosso, d’uopo visto i luoghi, abbiamo fatto precedere una bollicina fresca che ha introdotto subito una nota diversa, da jazz senza confini stilistici anni duemila. Per ogni piacere della vita purtroppo entra qualcosina a guastare l’armonia: mi pare che a fronte di una qualità altissima i prezzi di queste bontuosità (bontà mostruose) siano aumentati. D’altronde orecchio i tavoli vicini e le persone che si incamminano per il concerto e tra inglese, tedesco, francese e altro ancora, l’italiano forse non è la prima lingua tra i turisti-musicali della serata, e il suo euro indebolito neanche.

Poi si sale per il pittoresco centro alto del paese e si guadagna l’accesso all’anfiteatro Horszowsky. Se un festival, come sto cercando di dire non è fatto solo musica, ma rappresenta anche un flusso di profumi, cieli stellati, bei colori che si stagliano sulla quinta naturale dietro i musicisti impegnati in assolo, allora è vero che la genialità degli organizzatori di Monfortinjazz risiede nella scelta fatta di utilizzare uno spazio naturale, sito nel punto più panoramico del paese come sede naturale dei concerti. Si dice che uno va in un teatro accogliente come in un “salotto” e ci si accomoda nell’auditorium Horszowsky come in un giardino. Una location scelta grazie all’esperienza di ben 39 anni di musica. In Italia così tante edizioni non sono certo da tutti nel volatile mondo  del jazz.

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Ecco che alla brezza che spira sempre sui concerti di Monforte si unisce quella turbinosa di Branford Marsalis. Inizialmente turbato dal clima fresco e ventilato che gli crea qualche imbarazzo tecnico, lascia ai navigati comprimari il compito di scaldare il pubblico. Tocca a Joey Calderazzo svolazzare sulla tastiera e gigioneggiare un po’ col pubblico o con i tre partner, che continua a stimolare per tutto il concerto. Il quartetto di Marsalis è sulla piazza ormai da quasi vent’anni e l’interplay non manca. Il leader si ricava i suoi spazi solistici, in particolare al sax soprano, ricordandoci i primi passi nel “gioco grosso”, fatti con Sting, che peraltro è la star di questa edizione di Collisioni, a un “tiro di colline” da qui. Il ricordo torna ancora più indietro ai primi passi mossi insieme al fratello Wynton, alla scuola dei Jazz Messangers di Art Blakey. Aver avuto come maestro un batterista come Blakey spiega la presenza di Justin Faulkner: questi martoria pelli e piatti con perizia e grande energia prendendo un paio di momenti solisti di quelli che piacciono al pubblico e in generale tenendo molto alto il drive del set. C’è spazio per qualche ballad, per i brani tratti dal suo ultimo lavoro in studio, come la cover monkiana di Teo e per un bis marpione su It don’t mean a Thing (If It Ain’t Got That Swing) che non dimostra i quasi cento anni che si porta in spalla (è del 1931). 

Tutto il programma sul sito di Monfortinjazz

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