Riflessioni su una nuova jazz inchiesta

Questo articolo è apparso, in versione ridotta, sulle pagine di Alias/Il Manifesto di sabato 14 novembre. Trattandosi fondamentalmente di una recensione, quello era lo spazio a disposizione. A seguito del dibattito che si aperto mi sembra giusto ora fornire il ragionamento integrale.

Dei tre sostantivi nel titolo del libro di Enrico Cogno Jazz inchie­sta: Ita­lia (Arcana jazz, pp.238, euro 22) viene naturale concentrare l’interesse su quelli che indicano il genere musicale e la localizzazione geografica, piuttosto che sul termine inchiesta, oggi drammaticamente caduto in disuso, ma vera bussola per interpretare correttamente quelle pagine.

Luigi Onori, recensendo il libro sul Manifesto del 21 settembre scorso (Jazz inchiesta, quarantaquattro anni dopo) si augurava una nuova inchiesta sul jazz: «come quella che ebbe il coraggio di realizzare Cogno». Onori getta un bel guanto di sfida alla critica nazionale, che nessuno sembra avere fretta di raccogliere. Una simile ricognizione, per avere una sua ragion d’essere, non dovrebbe eludere una (impietosa) analisi del contesto politico.

 

Una parabola temporale lunga un decennio che si potrebbe scegliere di aprire con la grandeur veltroniana, votata a inserire il jazz nell’affresco sulla “riconversione” della sinistra e concludere con l’uso twitteristico della cultura nell’era Renzi. In una comparsata estiva al Blue Note di Milano, galvanizzato dal discorso del Lingotto del giugno 2008), Veltroni aveva parlato di un partito democratico intenso e leggero come il jazz. Parallelo luccicante, lontano dal grigiore politichese, tonico per i giornali nella canicola di quel luglio. Il jazz esalta le diversità, le mostra. Mescola il nero e il bianco; è integrazionista e laico. E’ tutto uno sventolio di multiculturalismo. Sorge il dubbio che la fusione tra Dc e Pci che ha portato al Partito Democratico sia avvenuta anche sulla scorta di un distorto parallelo con il melting pot del jazz.

Esistono prove in tal senso. L’ultimo congresso dei DS (primavera 2007), pensionata la ulivista Canzone popolare di Ivano Fossati -rea di parlare di “popolo” e non di clienti-consumatori- diffondeva dal palco le soffici note di Over the Rainbow e l’Inno di Mameli. La musica non deve lanciare messaggi: al più le si chiedono good vibrations filmico-nazionalistiche. Nel brindisi di chiusura del congresso allietato da Over The Rainbow, dovettero poi scorrere bollicine insidiose, che portarono un Gentiloni su di giri a superare il suo maestro Veltroni e dichiarare che il PD a venire sarebbe stato un partito «Wikipedia e meticcio». Il re del postmoderno Thomas Pynchon non ha mai osato tanto. Eppure queste parole presagiscono le degenerazioni politiche che si stanno preparando. Seguono, nel nuovo decennio, le intemerate di Cacciari sindaco contro il “free jazz dissonante” fonte di disturbo per i turisti di Venezia da scacciare come i piccioni di Piazza San Marco a colpi di delibere e regolamenti, per giungere recentemente al modello Franceschini: alta visibilità personale con costi prossimi allo zero (la mancia del bando sul jazz, il volontariato della kermesse aquilana). Se arte e società rispecchiassero in maniera meccanicista la politica, una nuova inchiesta esigerebbe stomaci robusti. Se al contrario ha vinto una narrazione soffice del nulla vale la massima shakespeariana e «siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni». Con codesti sogni impalpabili a disposizione, andare in giro a condurre una nuova indagine sul jazz italiano porterebbe alla luce un mondo artistico ombelicale che è meglio lasciare a trastullarsi con i sondaggi di fine anno su chi è il miglior sassofonista, quale è il disco più bello, chi si aggiudica la palma di artista emergente o trionfa nella categoria dei pianisti. A scavare ovviamente si trova dell’altro. Ma quanti lo fanno? Quando Cogno scriveva nel libro: «il jazz in Italia, ha avuto molti giudici e pochi testimoni» intendeva affermare che la critica militante, quella in grado di produrre studi pensosi sulla musica, era fin troppo aggressiva (in quegli anni) e spesso poco professionale. Qualcuno si trincerava in fortini ideologici. Mancava la ricerca sul campo, l’analisi in presa diretta. Relitti novecenteschi. Nel nuovo millennio i giudici sono scomparsi, senza essere stati sostituiti da una qualche figura migliore. Quasi impensabile oggi una critica influente che possa maneggiare Benedetto Croce o Marx (cito tra i numi tutelari evocati nel libro di Cogno, la lista si potrebbe aggiornare, ovviamente). Prima che si alzi una canea furibonda è bene precisare che esistono eccome autori capaci, ma pubblicano nella semi oscurità, mentre altra critica –in linea coi tempi- si adopera in un lavoro di bassa manovalanza, qualcosa di tollerabile se viene fatto da un ufficio stampa pagato per promuovere un artista o da un festival che annuncia un po’ troppo trionfalmente un cartellone, ma degenere nelle mani di chi pretenderebbe di avocare a sé la funzione analitica. Siamo in presenza di una invasione di campi e confusione di ruoli preoccupante, che disorienta il fruitore e lo espone alla mercé di una comunicazione che si svolge tutta sul piano dell’effetto immediato, del titolo esplosivo e che raramente abbandona la superficie delle cose, per tuffarsi in profondità. La critica impegnata è embedded, estinta come i massimi sistemi ideologici del Novecento. Se sono finite le grandi narrazioni (Lyotard), perché non dirci che sono giunte al termine (almeno nella fase attuale) anche le grandi esplorazioni che delle prime si sono sempre nutrite per creare il proprio universo artistico? Una ricognizione efficace di un tema, non si può compiere nel vuoto pneumatico o all’interno di un sistema asettico. Per poter procedere serve prima predisporre una cornice di riferimento. E si torna all’inchiesta. Questa pratica in Italia ha un significato profondo, una lunga tradizione: dalla denuncia della questione meridionale a quella della condizione operaia. Nel Sessantotto incarnava l’attività critica di una sinistra politica e intellettuale molto attiva: forzava l’attenzione su casi macroscopici di ingiustizia (manicomi, carceri, droga, orfanotrofi,   fabbriche, e mostrava il malessere sociale del Paese nelle sue forme più eclatanti). I prodromi di questo fermento risalivano al lavoro di spiriti liberi degli anni precedenti: da Raniero Panzieri che apre per Einaudi una collana di inchieste e saggi di impostazione sociologica in ottica politica con “La nuova società” (1959), alla denuncia del classismo nella scuola operata da Don Milani (1967). La ricerca di Cogno rappresentò per il jazz esattamente questo. Trattandosi di arte lo fece anche con un pizzico di arte. Trattandosi di jazz mise in campo una giusta dose di improvvisazione. La pagina di denuncia sociale delle condizioni del musicista radicale fa il paio con quella di riflessione esistenzialista. Se i commentatori vedono (e con ragione) in Jazz Inchiesta: Italia   una cronaca riuscita e avvincente di quegli anni è perché il libro è nutrito di un humus culturale che lo permea e lo rende un resoconto fedele di un mondo, dei suoi personaggi. Per non rovinare il gusto della lettura accontentiamoci di carezzare i bordi del testo, che pure dicono parecchio sulla temperie di allora. Massimo Mila, nella prefazione parlava di un «antico incendio che alimenta le nuove fiamme» di un jazz che «resta tuttora una manifestazione genuina della musica del nostro tempo: senza avere spento l’originario impulso popolare, ne documenta le possibilità di affinamento e di evoluzione stilistica in accordo con il volgere dei tempi». Ma il jazz oggi riesce a interpretare lo spirito dei tempi? Qualcuno si pone l’obiettivo sostenuto dal pugnace filosofo francese Daniel Bensaïd di una résistance à l’air du temps? Come si resiste alle mode, alle musiche “obbligatorie”? Ai ministri in cerca di visibilità a buon mercato? Come si battono oggi strade musicali critiche o radicali? Come raggiungere gli altri con una musica “significante” che non anneghi nel magma del web? Che non venga divorata da quel modello che qualcuno inizia a chiamare uber-economy, dove i diritti dei lavoratori vengono polverizzati da una app? (Non si sta parlando dei tassisti, ma del sistema in generale, sia chiaro). Come vivono i jazzisti il freedownload? Sempre i musicisti aderiscono o subiscono il modello di musica dal vivo 2.0, dove spesso barattano il compenso per il lavoro svolto in cambio della visibilità mediatica? E i critici contemporanei, travolti dal congiunto effetto della “critica tripadvisor” nella rete e dal collasso della stampa tradizionale, sono in grado di tirarsi fuori dalla corrente e tentare analisi approfondite?

La musica si inserisce suo malgrado in un cambio epocale innescato dal web: “la fine dei mediatori”, come è stata definita con efficacia nel recente libro-intervista di Marino Sinibaldi (Un   millimetro in là. Intervista sulla cultura, a cura di Giorgio Zanchini, Laterza, 2014). Un processo che: «sta accadendo sotto i nostri occhi a tutte le agenzie e le forme sociali di mediazione, dai commercianti che mediano le merci attraverso i loro negozi, ai politici che mediano la democrazia attraverso i partiti». Anche i musicisti si trovano di fronte a questa crisi dei mediatori di musica: discografici, critici, giornalisti, venditori di dischi e devono far fronte a una geografia del proprio lavoro privata di molti punti di riferimento. Per Sinibaldi forse il nuovo non si rivelerà peggio del vecchio: «la critica era in mano a un piccolo gruppo di mediatori, riconosciuti, numericamente limitati, insediati sulle poche terze pagine dei quotidiani e sulle colonne di qualche rivista, mentre oggi la rete pullula di letture, critiche, recensioni! C’erano nomi e cognomi che si assumevano la responsabilità del giudizio, certo. Ma le loro posizioni erano, come dire, contendibili? Nulla mi ispira meno nostalgia della cosiddetta “società letteraria”, una minuscola cerchia di salotti omogenei e chiusi, dominati dagli interessi e tenuti insieme, per continuare con la metafora economico-finanziaria, da spregiudicati “patti di sindacato”. Una rete compatta alla quale sfuggiva ogni tanto, per miracolo, qualche capolavoro». In questa presa di posizione si sentono gli echi della controcultura demolitoria post sessantottina, quando anche Franco Fortini, in guerra su due fronti (contro l’establishment culturale, ma in parte anche contro il movimento studentesco), sentenziava: «La critica sui quotidiani o sui settimanali non ha oggi nessuna funzione. Ci sono, certo, alcuni personaggi che si rivolgono a un pubblico di complici (…). Hanno la loro liturgia, e in essa gli scrittori esercitano il ruolo dei santi. Fingono di fare i demiurghi fra letteratura e pubblico in un momento in cui queste prestazioni non servono più a nessuno. (…) Oggi i critici vengono comprati più di prima, ma per una specie di partita di giro, in blocco e quando sono ancora in erba». (Citato da Nello Ajello, in Lo scrittore e il potere, 1974).

Certo, è difficile resistere alla tentazione di uscire dall’ambito letterario ed estendere al jazz la visione Sinibaldi/Fortini. Pur con i tanti distinguo possibili e senza canti epici in favore del web, il parallelo regge, sia sul piano del piccolo universo jazzistico che vive di tanti micro patti di sindacato tra operatori di settore che su quello della critica che lo avalla, acriticamente o quasi.

Cogno ricorda che la prefazione al testo venne chiesta a Mila perché: «mi serviva il nome di un saggista super partes che non irritasse nessuno dei colleghi della critica militante». Anche gli anni Settanta mostravano magagne teoriche e logiche da conventicola; già all’epoca l’approccio dei critici era ambivalente. Nota Roberto Arcuri nella notevole postfazione: «forse questo potrebbe essere uno dei motivi che portarono Enrico ad abbracciare la felice scelta di approcciare l’inchiesta come “cronista creativo”, non come critico musicale. Quindi: testimone, non giudice», in grado di mostrare i codici senza doverli a tutti i costi decifrare, di rivelare le molteplici strade possibili senza percorsi obbligati, «di fotografare velocemente tanti singoli momenti…». Prima o poi qualcuno scriverà l’inchiesta del jazz in Italia nel nuovo millennio. Speriamo in un lavoro coraggioso e non nella versione Instagram della fotografia scattata a suo tempo da Cogno.

 

 

 

 

 

 

 

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