Roberto Magris, Enigmatix, Jmood Records, 2015

Partito dalla città natale di Trieste, la carriera di Roberto Magris inizia alla fine degli anni ‘70. Dopo aver esplorato le varie diramazioni del jazz contemporaneo nella geografia e nella cultura di quell’area definita mitteleuropea, e avere poi girato mezzo mondo a suonare, oggi Magris gode di uno stabile riconoscimento in America, dove è arrivato all’undicesimo disco prodotto dalla casa discografica JMood di Kansas City. Se ci fosse bisogno di dimostrare che il jazz non ha confini di repertorio e nazionalità basterebbe prendere in mano questo suo ultimo lavoro per averne conferma. Ma prima una precisazione. Magris si muove nel mainstream jazz: ha collaborato con Herb Geller (con il quale ha inciso, e suonato tanto dal vivo, anche in Italia), Art Davis, Albert “Tootie” Heath, Idris Muhammad e ha dedicato un lavoro corposo e stimolante alle musiche di Lee Morgan, un nome notissimo ai fan dell’hard bop, ma sottovalutato, nella vulgata jazz, come compositore e stilista. Magris non è un pianista e un compositore calligrafico e ama uscire dal solco per affrontare sonorità metropolitane e ricche di groove. Il disco Enigmatix lo vede incidere con un combo americano giovane ed esuberante sul quale il leader domina con un uso sapiente della tastiera. I temi sono aperti e -nel brano che fornisce il titolo a tutto il disco- su figure ritmiche funky della sezione ritmica, ascoltiamo la storia del pianoforte jazz. Echi di Wynton Kelly, Tommy Flanagan, Kenny Drew o Andrew Hill, vengono inseriti con personalità in una cornice attuale. A fianco del materiale inedito, affrontato con questo piglio black, si inseriscono due omaggi che non sono i soliti standard triti: My Cherie Amour di Stevie Wonder e Do It Again degli Steely Dan. Grandi classici della musica popular del secolo scorso, nelle orecchie di tutti i potenziali ascoltatori del Cd. Ebbene entrambe le canzoni beneficiano di un trattamento volto a creare ex novo o mettere in luce delle caratteristiche jazz, dove la melodia di Stevie a tratti nell’improvvisazione pianistica si fa tyneriana. Sembra quasi una formula: il jazz deve suonare funk, il rock e il soul anni Settanta devono suonare jazz. Nella miglior tradizione della musica afroamericana: unire, mescolare e agitare forte!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...