Una filosofia per Miles Davis

Massimo Donà, La filosofia di Miles Davis. Inno all’irrisolutezza,  Mimesis, Milano-Udine 2015

Chissà cosa avrebbe detto Il divino Miles di un libro che si occupa della prospettiva filosofica della sua musica. Probabilmente -come da carattere- le prime parole sarebbero state oscenità irriferibili. Invece, se usciamo dalla immagine oleografica che lui stesso si è creato, si potrebbe facilmente ipotizzare un Davis curioso verso una disciplina occidentale, “europea” che si interessa al suo lavoro.

Non dimentichiamoci che quando si trattò di scrivere la propria autobiografia non si fece assistere da un critico o da un giornalista, ma volle accanto a sé Quincy Troupe, un poeta, prima ancora che scrittore. E il libro del filosofo Massimo Donà si muove in modo analogo: accoglie la musica di Davis come una sfida, come un oggetto da trattare utilizzando tutte le possibilità che la sua disciplina d’elezione gli concede.

Donà è un filosofo e un jazzista italiano. Spesso -ed è cosa buona e giusta- Donà mette a confronto le due discipline e ne ricava affascinanti ragionamenti. Da trombettista quale è affrontare Miles Davis deve essere stato per lui quasi un dovere. E nel libro avvertiamo questa spinta passionale alla ricerca di connessioni profonde.

L’autore interroga la musica e ne ricava a sua volta altre domande, alle quale le pagine di questo volumetto forniscono diverse risposte suggestive. Una lettura se vogliamo impegnativa, ma non per il linguaggio, che Donà sorveglia attentamente, quanto per le molte competenze messe in gioco. Soprattutto al lettore si chiede di conoscere il repertorio del secondo grande quintetto di Davis, quello con Shorter, Hancock, Carter e Williams. Un gruppo la cui estetica si presta a speculazioni alte sull’arte. Davis aveva già prodotto una striscia di capolavori assoluti (pensiamo solamente al celebre primo quintetto, quello che culmina con Kind Of Blue). Difficile spingersi oltre. E qui l’autore suggerisce che Davis, per andare oltre, applichi fondo la sua –scusate il bisticcio- filosofia di vita. Sentiamo l’autore:

“Miles ha sempre avuto bisogno della novitas ‘assoluta’. A guidarlo e muoverlo, infatti, è sempre stata una vera e propria nostalgia dell’inizio. Di quell’inizio il cui evento, solamente, avrebbe potuto liberarlo da qualsivoglia vincolo. (…) Solo a partire dall’”inizio”, nuovi ordini e nuovi condizionamenti possono realmente venire a prodursi, per poter essere poi ancora una volta destituiti e ricostituiti…”.

Un inizio ciclico, una perenne rinascita, una infanzia che si rinnova; e qui si inserisce un altro argomento portante del libro. La musica di Miles, ci dice l’autore, incarna la distanza che connette l’errore dal gioco. Un tema che apre orizzonti speculativi ampi e che lasciamo al lettore di scoprire leggendo il libro di Donà, ma che mi sembra portatore di una verità oggettiva. Un libro pensato per bambini, ma scritto con acume, immagina un Miles Davis giovane monello alle prese proprio “i giochi” che il trombettista avrebbe proposto ai suoi piccoli amici (Roberto Piumini, Claudio Comini, I giochi di Miles. Miles Davis e i suoi silenzi a colori, Curci Editore, 2011). Se Miles è protagonista sia di un trattato filosofico che riconosce come centrale il tema del gioco, sia di un libro per bambini con lo stesso soggetto, significa che il punto tiene. Citiamo nuovamente l’autore:

“Eppure il gioco, se ben giocato, insegna ad evitare gli errori. Chi sbaglia, paga pegno, in ogni gioco. (…) Perché il gioco non consente alcuna ‘conclusione’ perfezionante. In esso, infatti, non si vuole mai chiudere il discorso; anzi lo si vuole riaprire in continuazione, per poter, semplicemente continuare a giocare. E come riaprirlo se non mettendo in scacco la ‘regola’….la stessa che rende ogni mossa, da ultimo, perfettamente prevedibile”.

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