La leggenda del trombettista bianco

Dorothy Baker, La leggenda del trombettista bianco, Fazi, 2015

Fazi Editore, la pagina del libro

“L’ispirazione per scrivere questo libro è nata dalla musica, ma non dalla vita, di un grande musicista: Bix Beiderbecke, morto nel 1931”. Così l’autrice mette le mani avanti prima del prologo, precisando -come si usa fare quando i fatti sono scabrosi o dolorosi- che “i personaggi e gli eventi della storia sono del tutto immaginari e non si riferiscono a musicisti veri”. Sarà, ma Rick Martin è la copia letteraria di Bix in tutto: dagli strumenti suonati (tromba e pianoforte) all’ascesa nell’olimpo del jazz, avvenuta tramite due formazioni diverse che lo portano dalla periferia dell’impero a sfondare a New York. La fittizia orchestra di Phil Morrison ricalca chiaramente quella di Paul Whiteman, celebre negli anni Venti per il suo repertorio alla moda e sweet, dove spesso Bix era l’unico a rischiarare con la sua tromba brani altrimenti irti di melensaggini e leziosità. Il prologo riassume la parabola di Rick Martin, il trombettista bianco: “E’ una storia che parla di molte cose –della differenza che c’è tra il saper suonare e il sapersi adattare alla vita; (…) e infine tra il bene e il male, in questa forma d’arte nata in America che è la musica jazz. Perché in questa musica convivono sia il bene che il male. C’è la musica zuccherosa delle sale da ballo e c’è quella che proviene da un bisogno vero e non ha niente da spartire con i soldi”. Questa è una possibile pista di lettura per il libro interessante, che torna verso la fine, riassunta bene da uno dei musicisti di colore amici di Rick nel momento in cui inquadra il potere oppressivo della musica commerciale, quello che schiaccerà l’esistenza di Rick, musicista fortissimo, artista consapevole ma uomo fragile. Dice il jazzista di colore Jeff: “Gli unici dischi che vendono sono quelli nuovi con un solista che canta. La gente li compra per imparare le parole. (…) chi compra i dischi sono le ragazzine del college”. E poi Jeff, pessimista per natura (e per colore della pelle), continua: “la buona musica non vende. Oh, magari tra due otre anni sì, ma quelli non vogliono aspettare così tanto”. Insomma seminati nel libro si trovano alcuni commenti sullo stato dell’arte in America, sull’attività delle case discografiche,   sulle pressioni a non creare ma a rimanere nel solco sicuro e redditizio della musica da ballo. La Baker racconta in punta di penna i fallimenti di Rick: prima il suo matrimonio, poi l’idea di incidere il vero jazz con una orchestra composta dei migliori musicisti del paese (sia bianchi che neri). Venuto meno tutto quanto resta la musica, suonata in modo frenetico e sostenuta da abbondanti razioni di alcool. La Baker allinea tutti questi elementi: quello razziale, quello economico dello show business, quello artistico e quello esistenziale, senza decidere al posto del lettore quale sarà quello determinante nell’uccidere Rick e chiudendone la vicenda umana in poche pagine, per una banale polmonite non curata e un abuso di alcool ignorato per troppo tempo. Proprio come accadde a Bix. La Leggenda del trombettista bianco, scritto nel 1938, in piena epoca swing, accende i riflettori sui pionieri del jazz del decennio precedente, quelli che fin dai primi anni Venti si erano imposti con la loro urgenza creativa e avevano sfidato le regole rigidissime delle orchestre da ballo. Un romanzo in qualche modo crepuscolare che non sembra risentire della verve narrativa usuale per gli scrittori dell’età del jazz, Fitzgerald in testa. Un piccolo tesoro di narrativa jazz che racconta la parabola discendente di un trombettista del periodo hot jazz, alla quale si potrebbe far seguire la lettura di Aria Chiusa di Evan Hunter. (Un capolavoro perduto, come ho scritto in Sassofoni e pistole, ma non mi stanco di ripeterlo). Un altro trombettista, con altri problemi. L’alcool è stato spodestato dall’eroina, l’hot jazz dallo swing. Le difficoltà del fare arte in America rimangono le stesse…

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