Hancock, il camaleonte

Herbie Hancock con Lisa Dickey, Possibilities, Minimum Fax, 2015 Il libro parte In the Middle con Hancock impegnato come pianista del secondo grande quintetto di Miles Davis (quello con Shorter, Carter e Williams, per intenderci). La scena si apre su un concerto di quelli memorabili. Tutto fila per il verso giusto, il brano si sta sviluppando in maniera stupefacente, quando a un certo punto il pianista sbaglia clamorosamente un accordo, proprio mentre Miles si sta lanciando nel suo solo. Sentendo quelle note Miles si ferma un attimo e poi riprende con un solo ugualmente incredibile, dove l’accordo sbagliato ritorna magicamente a essere giusto. Scrive Hancock dopo questo memorabile incipit: “mi ci vollero anni per capire cosa era successo sul palco in quel momento. Non appena suonato l’accordo, l’avevo giudicato: nella mia mente era l’accordo «sbagliato». Miles invece non l’aveva giudicato: gli era capitato di sentire quel suono e immediatamente l’aveva raccolto come una sfida: Come posso inquadrare quell’accordo in ciò che stiamo facendo? E siccome non l’aveva giudicato era riuscito ad assecondarlo, a trasformarlo in qualcosa di incredibile”. Una lezione di arte e di vita indimenticabile per il giovane Herbie. Solo il non giudizio permette di riplasmare a proprio vantaggio una arte “che per sua natura si fonda sul qui e ora”. “Jazz significa essere dentro il momento, in ogni momento”, continua il pianista e il lettore capisce che l’autobiografia, voluminosa, promette, fin dalle prime pagine, di non annoiare. Intanto Hancock si rivela pagina dopo pagina molto diverso dal musicista e dall’uomo che potremmo immaginare. Il buddismo lo ha aiutato a superare egoismi, droghe (ebbene sì, anche lui ha avuto i suoi trascorsi, cosa finora sconosciuta ai più), tragedie famigliari. Il buddismo, abbracciato nei lontani anni Settanta, lo ha anche aiutato a riflettere meglio su se stesso e sul proprio lavoro. Memorabili sono le pagine dedicate al quintetto con Miles. Gigantesca la figura del leader che insegna ai suoi talentuosi -ma spesso irruenti- comprimari l’arte del jazz, con aforismi ed enigmi da interpretare, o meglio risolvere; visto che Miles concede a ciascun membro del quintetto il pieno libero arbitrio. “«Miles, a volte non so cosa suonare»”, afferma Herbie. “«Allora non suonare niente», rispose lui senza nemmeno alzare la testa”. Altre volte invece era Davis a chiedere qualcosa che cambiasse la prospettiva o le regole del gioco: «Herbie, smetti di usare la sinistra». Cresciuto alla scuola di Davis, Hancock è ormai pronto a raccogliere le suggestioni più varie, come capitò quando Michelangelo Antonioni, durante la lavorazione di Blow-Up   gli disse: «L’arte non esiste…esistono solo le opere». Mentre Herbie cresce gli anni Sessanta si avvicinano al culmine e il quintetto di Miles esplode, disperdendosi in mille rivoli fusion e jazz rock. Per Hancock è l’ora della psichedelia di Mwandishi, il sestetto più avventuroso, messo insieme da   lui come leader che all’epoca veste con tuniche africane e impone a tutti i membri del gruppo un nome swahili. Tra quei collaboratori si fa notare uno strumentista straordinario, Bennie Maupin, che sarà con Hancock negli Headhunters. Il loro primo disco per anni fu il più venduto della storia del jazz, facendo storcere il naso ai puristi, forse a torto. Ricorda il suo produttore: “quando presentai Head Hunters, l’entusiasmo della casa discografica fu scarsissimo. L’unico a cui piaceva era l’addetto alla promozione nei college. Il dipartimento R&B non ne voleva sapere. I bianchi del settore jazz non ne volevano sapere. Molto interessante! L’industria musicale non sa che farsene di chi non rientra in una particolare casella”. E non era ancora nulla perché Herbie, che aveva lasciato New York per la California, si trova al centro di un mondo di creatività tecnologica che porterà poi a internet, ma che tramite il computer sta rivoluzionando anche in senso digitale la musica suonata. Future Shock, quarto album più venduto della storia del jazz, con il suo scratch, i campionamenti e il proto hip-hop rappresenta uno dei primi esperimenti di tutto questo. E anche se Hancock riconosce ai suoi collaboratori, in primis Bill Laswell, i meriti, lui era là, come Miles Davis, sempre un passo avanti. E poi il nostro ha sempre avuto un orecchio di talento per le hit, da Watermelon man a Fat Albert Rotunda per terminare con The New Standard (1995) dove la scelta di Hancock cade su pezzi di Peter Gabriel, Prince, Beatles, Nirvana, Sade, Simon & Garfunkel. Quelli sono i nuovi standard del jazz per il millennio a venire. Parola di Hancock.

 

 

 

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