Uragano americano: Neil Young, James Ellroy

Neil Young, Come un uragano, Minimum Fax 2015.

James Ellroy, Ellroy Confidential, Minimum Fax 2015.

Minimum fax racconta l’America con due libri-intervista a due straordinari protagonisti della sua cultura, entrambi pazzi e fuori dagli schemi.

Neil Young. Proverbiale la sua lucida volontà di sconfessarsi e spiazzare il rock business: basti ricordare come venne denunciato dalla casa discografica Geffen per aver prodotto dischi “non rappresentativi”. Insomma lo accusavano di non essere Neil Young. Kafkiano. Dice il critico Dave Zimmer: “come un De Niro del rock’n’roll, Neil Young ha trasformato se stesso di continuo durante la carriera, incarnando vari personaggi musicali similmente a come l’attore divenne via via un cupo tassista, un sinistro mafioso e un pugile scatenato alla ricerca di un titolo”. Young è un Miles Davis del rock, un forzato del cambiamento,  nota invece un altro intervistatore. Young usa espressioni più colorite. Parlando di una reunion di Crosby, Stills, Nash and Young se la ride: “se ci riformassimo saremmo come una statua o qualcosa del genere. Un monumento con i piccioni che ci cagano in testa”. Stare fermo ad aspettare gli escrementi di piccione non è mai stata una prerogativa di Young che è passato dall’ammirazione per Reagan a quella per Obama, in un miscuglio non dogmatico che solo l’America è in grado di partorire (Oddio, con il duo Renzi-Berlusconi ci stiamo avvicinando anche noi). Come artista Young si è spesso contraddetto, proponendo dischi tra loro diversissimi a breve distanza di tempo, come  mette in risalto Eddy Cilìa nella introduzione. E se il camaleontico Miles Davis era anche un buon pugile dilettante Young la gira così:“se paragoni il suonare la chitarra al pugilato, ecco…diciamo solo che non sono il genere di chitarrista che vorresti sfidare”.

Dal rock alla letteratura. Anche le interviste a Ellroy si aprono con una introduzione, scritta dal curatore del lavoro, Tommaso De Lorenzis. E qui, signori, c’è da sedersi in poltrona con il pop corn a gustare questo breve saggio sul noir contemporaneo come un film: le pagine approntate da De Lorenzis uniscono -in un impasto unico- analisi critica letteraria, incursioni nella politica, divagazioni sulla situazione del noir italiano, considerazioni estetiche varie. Tutto gustosissimo. Si parte con una precisazione di metodo: “Ellroy salda il conto alla hard-boiled school (…) Il primo a farne le spese è l’investigatore privato, cavaliere solitario, disilluso e- in fondo- etico”. Si prosegue d’un fiato con una pagina che traccia un parallelo tra l’epica cavalleresca del detective fuori tempo e l’epopea kennediana, unendole a spiegare -unico grande bersaglio- i furori di Ellroy. Poco dopo sono le basi filosofiche del noir contemporaneo a servire da pista di partenza per un parallelo tra il romanzo nero di matrice europea, psicoanalitico e surrealista e quello americano alla Ellroy, una sorta di etica protestante; un approccio che lui stesso vede come una “libido luterana” quando è in vena di raffinatezze, mentre quando decide di interpretare il  ruolo del loser diventa: “ Martin Lutero aveva le palle quadrate e gli piaceva la fica”. E il jazz? Motivo per cui ho letto con avidità i tanti turpiloqui dello scrittore? Sentiamo dalla viva voce di Ellroy: “White Jazz è un delirio lucido in prima persona, molto frenetico, per cui uno stile che si rifà al ritmo sincopato del bebop calza alla perfezione. American Tabloid è più lineare e chiaro, ma anche quello è pieno di strani controtempi e ripetizioni”. Eh sì, Ellroy ama la musica classica -che volendo risuona in alcune sue pagine wagneriane- ma ci sono interi romanzi di prosa bop, come l’avrebbe definita Kerouac. Credo che Ellroy potrebbe picchiarmi per una dichiarazione del genere! E’ il tipo che ha quelle pulsioni, come ammette spesso e volentieri: “C’è una parte di me a cui piacerebbe da matti essere uno degli scagnozzi di Dudley Smith e tornare indietro a riempire di botte qualche jazzista, e una parte di me che invece inorridisce”. Altre volte nelle interviste al posto di jazzista Ellory dice frocio. Cappelloni, hipsters e sessantottini astenersi. Al nostro piace immergersi nel letame e da lì razzolare nella storia americana del ventesimo secolo: “la storia di bianchi spietati, soldati di ventura, artisti della truffa, estorsori e picchiatori. Quelli che contribuiscono il meno possibile alle politiche pubbliche. Uomini che spesso sono i leccapiedi dei regimi di destra. Razzisti. Omofobi. Questa è la mia gente. La gente di cui mi piace raccontare, e a cui mi sento più vicino. Questa è la gente che amo”.

Chissà se Ellroy e Neil Young si sono mai incontrati. Abitano entrambi in California e vi sono legati da un profondo cordone ombelicale. California, la terra dell’oro e del sole perenne. Rock in acido e surf. Smog a dieci corsie e Hollywood. Un hotel di cartapesta (Eagles). Un set cinematografico dove spira un uragano di violenza.

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