Detective di libri

Ci sono detective jazzofili e ci sono anche investigatori bibliofili. Come mi ha fatto notare un amico libraio, essendomi trasformato in un “detective di libri” per compiere le ricerche che hanno portato a Sassofoni e pistole non potevo non leggere lo splendido romanzo nero e demoniaco Il club Dumas di Arturo Pérez-Reverte (Net 2002). Consiglio subito seguito, ovviamente. Anch’io come il protagonista ho cercato fin negli anfratti più oscuri i miei testi e ho seguito le tracce per trovare i punti di contatto tra la musica jazz e il romanzo giallo. La ricerca della conoscenza porta con sé, fin dai tempi della celebre mela, una certa puzza di zolfo che ben si adatta a detective troppo moderni per essere buoni, ma troppo letterari per essere completamente cinici. In quanto detective alla ricerca dei libri che parlano di musicisti, che citano blues o ballad di Broadway e di cantanti splendide ma spesso mortali, mi sono identificato con il personaggio di Reverte, Lucas Corso: duro ma sensibile, accanito consumatore di alcool e tabacco, accecato dai libri più che dalle donne. Niente jazz –purtroppo- nel Club Dumas, ma tante riflessioni sul libro e i suoi contorni, sempre misteriosi. Eccone una, aforismatica, sulla scrittura: «Ecco In fin dei conti la gente scrive per svago, per vivere di più, per amare se stessa o per essere amata da altri.». Un pensiero in dialogo ideale con questa riflessione di Roland Barhes, tratta da Il piacere del testo (Einaudi 1974): «…Il testo che tu scrivi deve fornirmi la prova che mi desidera. Questa prova esiste: è la scrittura. La scrittura è questo: la scienza dei godimenti del linguaggio, il suo kamasutra (e di questa scienza c’è un solo trattato: la scrittura stessa)». Il testo desidera il lettore almeno quanto l’autore desidera il testo e in questo ciclo umano di corrispondenze imprecise, entra in scena spalancando la porta un irruente detective di libri, uomo che brama quello che non sa ancora di desiderare perché alla ricerca del testo sconosciuto, che forse esiste, forse no, o esisteva ed è bruciato in un rogo inquisitorio, nell’incendio di una biblioteca, nel macero della letteratura di consumo. «Quale che sia la nostra insistenza a far parlare il passato, potremo trovare nelle nostre biblioteche, nei nostri musei o nelle nostre cineteche solo le opere che il tempo non ha fatto (o non ha potuto far) sparire. Più che mai capiamo che la cultura è tutto ciò che rimane quando tutto il resto è stato dimenticato». Jean-Claude Carriere e Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dei libri, (Bompiani, 2009). La cultura è anche quello che si dissotterra cercando quel che non si sapeva di aver perduto. E così si scopre il primo traduttore italiano del Voyage di Céline, Luigi Alessio, scrittore maledetto, fuggito dal Piemonte negli anni del Fascismo, esule a Parigi dove vive una sua bohème avventurosa e poverissima. Già di per sé personaggio céliniano secondo Michel David, oggi Alessio non compare neanche nelle note a piè di pagina delle storie della letteratura, neanche con lo pseudonimo letterario di Alex Alexis. Eppure il suo Amori a Montparnasse li lascia ancora leggere (il suo anticonformismo sociale, potrebbe ricordare Mirbeau oppure –esagerando- Zola). Ecco il jazz che si mette di traverso tra il protagonista, affamato dell’amore di una giovane e ricca amica (e affamato di cibo, stante la sua indigenza estrema).

 

I soliti hos-d’oeuvres, insomma, della retorica, ma nulla di concreto. Erano scomparse le belle canzoni e le immagini poetiche; ed ora il jazz dei locali di lusso, selvaggio e cacofonico, risvegliava i miei istinti maschi a fianco di quella solida e gagliarda femmina dalle carni sode ed emanante una sensualità da lasciar storditi. Facevo provviste di eccitazione per anni. A momenti, soprattutto danzando, la cosa diventava tremenda.

Questa mezza paginetta di letteratura dimenticata, sbucata fuori da una bancarella, illustra benissimo l’impatto del jazz in Europa, trasversale alle varie classi sociali (Hobsbawm).

 

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