Vinyl Fetishism

Robert Dimery, 1001 album. I capolavori della musica pop-rock internazionale, Edizioni Atlante

Mike Davis, Vinile. Il disco come opera d’arte, Edizioni Atlante

No, non preoccupatevi. Non c’è nulla di vietato ai minori, in questo articolo. Il feticismo di cui si parla è legato a un prodotto che tra alti e bassi ha quasi raggiunto i settant’anni di età. Parliamo del vinile per i dischi, un materiale che ha permesso il salto tecnologico nella riproduzione della musica, portando al 33 giri long playing (che come implicava il nome stesso permetteva di abbattere i confini dei pochi minuti consentito dai formati precedenti).

Materiale versatile per eccellenza e simbolo dell’industria petrolchimica, dal tessile all’edilizia, il vinile utilizzato per gli LP ha retto il tempo e resistito alla civiltà tecnologica meglio di altri media che hanno dovuto cambiare pelle per entrare nella società dell’informazione (vedi telefono o televisione). Il passaggio all’immateriale ha ucciso il CD, un botolo piccolo, efficiente ma violento, tutto plastica, angoli spigolosi e numerini digitali, un senza cuore che sembrava avesse pensionato il 33 giri e che è stato a sua volta tolto di mezzo dalla recente smaterializzazione della musica. La musica invece continua a mantenere questo suo lato fisico e la sua “cosificazione”, per usare un termine caro al lessico marxista, è oggettiva.  E quindi il vinile torna di moda. Perché la musica che entra in quei solchi neri per farsi “merce” è (ed è stata) oggettivamente bella. Bella da toccare, da leggere, da aprire, da esibire. Da fotografare e da appendere. Da rimettere a posto, da manutenere con il panno antistatico. Da preservare, da trasferire su cassette per non consumare i solchi. Bellezza senza tempo e virginale se invece di essere colta viene rinchiusa in una teca o destinata a sfiorire rapidamente se capita nelle mani di un teenager con gli ormoni danzanti e la camera puzzolente di canne, preservativi e abiti sporchi. Un amore giovanile, di quelli che finiscono perché si consuma in fretta tutto quanto. Troppi amplessi rapidi con la puntina, troppo poco riguardo nei movimenti, troppa giovinezza in mani smaniose. Il vinile è stato poesia, letteratura, sociologia, politica e costume. Poesia, educazione sentimentale novecentesca e cronaca. Moda e arte grafica. Anticonformismo e denaro. Jet set e underground.

…gli LP, oggetti preziosi e adorati che venivano portati dalla casa dei genitori all’ università fino al primo appartamento. Da Disraeli Gears a Aretha: Lady Soul, gli album divennero delle autentiche pietre miliari per milioni di persone: eravamo ciò che ascoltavamo.

Così scrive Michael Lydon, fondatore di Rolling Stone, nella prefazione del libro 1001 album. I capolavori della musica pop-rock internazionale, una rassegna più che esaustiva di quanto hanno prodotto pop, rock, soul, punk, reggae, hip hop e jazz dagli anni Cinquanta fino a oggi. 900 pagine per 1000 capolavori descritti rapidamente ma con tratto preciso.

Nel giorno di capodanno del 1968, nello spoglio ufficio di un nuovissimo Rolling Stone, ascoltammo Magical Mystery Tour, “All You Need Is Love” risuonava nelle nostre teste. In seguito, quello stesso anno, facemmo la fila alla Tower Records (appena inaugurata) di San Francisco per comprare il White AlbumMichael Lydon, ricorda come il rock ha segnato il calendario di più generazioni, o come l’uscita di qualche particolare disco venisse salutata come epocale. Il materiale del volume è organizzato per decenni e -fedeli al tema del blog- ci occupiamo di jazz, anche se il libro va letto, sfogliato e consultato nella sua globalità. Il jazz, compare in maniera importante nei soli anni Cinquanta, dove a fianco di Elvis Presley stanno Thelonious Monk, Sinatra, EllingtonBasie, Miles Davis. Questo recinto per il jazz limitato agli anni Cinquanta corrisponde fedelmente a una fase nella quale questa musica era ancora discretamente popolare e il rock non aveva ancora mostrato i muscoli, come sarebbe capitato nel decennio successivo. Proprio Davis è l’unico in grado di ripetersi negli anni Sessanta a fianco di Bill Evans, Stan Getz sull’onda della bossa nova e a Charles Mingus. Per il resto in queste pagine trionfano i mattatori del rock come forma d’arte: Beatles, Stones, Bob Dylan e resiste la musica nera, sotto la veste r&b di Ray Charles o James Brown. Il jazz torna nei Settanta sotto mentite spoglie: apre sul finire del ’69 Hot Rats di Frank Zappa e seguono ChicagoBlood, Sweat and Tears e decine di altri dischi. Negli anni Settanta il jazz che non si mescola al rock deve necessariamente passare per il funk (War, gli Headhunters di Herbie HancockGil Scott Heron, i Crusaders o l’afrobeat di protesta di Fela Kuti mentre il jazz “puro” (o quanto meno etichettato come tale) è rappresentato da un solitario Köln Concert di Jarrett. Se tra gli album il jazz ricopre un ruolo modesto in un altro libro, Vinile. Il disco come opera d’arte, la musica afroamericana torna al centro della scena. Mike Davis è un giornalista e scrittore che si muove nel mondo della musica fin dagli anni Sessanta del Cavern Club di Liverpool, esibendosi come spalla di Led Zeppelin e Bob Dylan. Conosce il disco e tutto quanto vi ruota attorno a menadito e il suo argomento prende le mosse dagli anni e dalle etichette fondamentali per il jazz che è stato apripista in molti campi legati alla produzione della musica. Ma il libro è innanzitutto un inno al vinile in tutte le sue possibili declinazioni: da come nasce storicamente il microsolco alle copertine (straordinarie o estreme), dalle case discografiche che hanno fatto epoca ai produttori. Tanto il jazz presente, sotto molti profili: da Norman Granz, prima organizzatore musicale e poi proprietario di etichette discografiche, alla nascita del concept album, In the wee small hours voluto da Frank Sinatra. Dalla storia del bootleg, al fenomeno della disco, all’analisi delle migliori marche produttrici di piatti, a quella del picture disc, al mondo dei collezionisti con in testa il brasiliano Zero Freitas con i suoi sei milioni di dischi… E poi le curiosità, con l’elenco dei dischi che contengono dei messaggi stampati a fianco del numero di matrice (I Led Zeppelin sono stati capiscuola in questo con il motto del satanista inglese Aleister Crowley Fa’ ciò che vuoi così potrai essere, inciso sul III).  E dire che qualcuno si ostina a cercare nell’ombra i messaggi occulti, quando è tutto lì che gira in un vinile nero, alla luce del sole. Un libro imperdibile -come si scriveva all’inizio- per quanti  considerano il vinile in sé un oggetto di poesia.

 

 

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