Assassinio a tempo di Anatole

Tom Bilotta, AnatoleWH Books, 2016

Il termine Anatole rappresenta un altro modo per chiamare (ma l’etimologia è incerta) la struttura che tutti i jazzisti conoscono meglio col nome di rhythm changes e che rappresenta l’ossatura di una infinità di standard a partire dal notissimo esempio di Gershwin, I Got Rhythm. Nulla di più indicato dunque per descrivere la “canzone perfetta” quella che ossessiona Geremia, un piccolo orfano di colore, che la vorrebbe comporre seguendo le gigantesche orme di Mozart. Mentre lavora alla musica perfetta Geremia passa dalla povertà e dall’emarginazione dell’Alabama ai successi come compositore di colonne sonore cinematografiche per Hollywood. Arriva fino all’Oscar, ma non ha ancora composto la sua canzone perfetta e neanche ha ottenuto la stima dei veri jazzisti, lui che è nero ma che una rara malattia condanna ad avere una pelle bianchissima. 

Anatole è il secondo romanzo dello scrittore Tom Bilotta, e il primo thriller al mondo con colonna sonora, composta appositamente da Alex Fabiani. Ovviamente sono decine i noir che hanno una colonna sonora -come ben sa chi ha letto Sassofoni e pistole- ma qui la novità è che musicista e scrittore hanno lavorato in sinergia creando una alchimia fra composizione e parole che si può ascoltare in presa diretta mentre si legge il romanzo, con una app che si è inventato lo stesso autore Tom Bilotta. Un modo per restituire alla carta il profumo della vita vera facendo risuonare le pagine con le note più opportune alle varie situazioni. Anatole è un thriller jazz ambientato fra l’Alabama e Hollywood e copre un arco temporale che va dal proibizionismo fino ai primi anni Sessanta. Abbiamo il classico detective tutto d’un pezzo del dipartimento di polizia di Los Angeles, il suo capo che lo ostacola, il mondo rutilante del cinema, gli avvocati che si fanno beffe della giustizia e un serial killer di prostitute a piede libero in città. Tutti gli ingredienti di un classico thriller che si colora spesso di jazz, quando a fare brevi ma incisivi cameo compaiono personaggi come Louis Armstrong, John Hammond e Miles Davis. Un bel pezzo di storia della musica nera americana.

Il divino Miles è particolarmente credibile nella parte, come si evince da questo divertente estratto:

L’autista lo salutò cortesemente e accese la radio sgommando verso l’uscita degli studios in direzione Hollywood Hotel. Una fitta colpì la tempia del passeggero, voleva svenire. Almeno fino a quando non udì un brano di Miles Davis dall’inconfondibile sound languido, melodico ed essenziale. Lo stesso Davis che qualche anno prima lo aveva insultato, dicendogli che non era degno di suonare seriamente delle canzoni jazz essendo bianco.

Abbastanza davisiano…e quindi filologicamente corretto. Il romanzo sfiora più volte il tema della “creazione” artistica, ma non si concede troppi voli pindarici, virando costantemente verso l’azione. Consigliato -manco a dirlo- a quelli che amano le atmosfere jazz e noir.

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