Il libro: Satisfaction. La ribellione rock

Dario Salvatori, Satisfaction. La ribellione del rock, Sprea , 2016

“Quello che stiamo sentendo potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione”, disse di Satisfaction il regista Jean-Luc Godard. Qualche anno dopo, a cavallo del ’68, cercò di dare il suo contributo ad avverare la profezia con il film One Plus One (conosciuto anche come Sympathy for the Devil).

Il sabba rock della rivoluzione incarnato dal pezzo degli Stones si mescola con la vita reale tra marxismo, nonsense antiborghesi e critica del capitalismo. E sicuramente questo esprit si trova nelle bandiere rosse che sventolano, nelle pantere nere che mitragliano in giro e nell’attrice Anne Wiazemsky che incarna splendidamente la gioventù sfrontata del sessantotto in fiore, mentre scorrono slogan marxisti e attimi di nonsense antiborghese.

Il film venne stroncato anche da sinistra; Guy Debord fu lapidario: un lavoro fatto da cretini e Godard è il più cretino di tutti.

Ma tutto questo succederà dopo. Torniamo quindi subito a Satisfaction, lo squillo di tromba che avverte il mondo del cambiamento in atto nei costumi e nelle musiche. L’anno è il 1965: quei pochi minuti di musica, un selvaggio urlo di frustrazione di una intera generazione che di lì a pochi anni avrebbe tentato di cambiare il mondo. Meglio ancora si potrebbe definirlo Urlo di ribellione, come fa Dario Salvatori nel suo libro in edicola in queste settimane. Ribellione giovanile sociale e politica che si mescola anche a un protagonismo inedito: dal sesso al rock, tutto tutto sta per cambiare.

Satisfaction era un brano che sembrava fatto apposta per uscire dal minuscolo speaker di una radiolina a transistor, quello scadente trait d’union tra la cultura pop e la gran massa degli adolescenti. Rappresentava il suono del testosterone che sorpassa il livello di guardia.

Così sintetizza Steve Appleford nel libro It’s Only Rock ‘n’Roll, citato da Salvatori.

La canzone accompagna questa caotica, rumorosa, utopica marcia di avvicinamento al ’68, come intuì bene Tom Wolfe dicendo la sua sul dualismo (tutto giornalistico) tra Beatles e Stones: i Beatles vogliono tenerti per mano, gli Stones vogliono radere al suolo la tua città. A parte le citazioni e le considerazioni storiche che nel libro sono molte, pertinenti e spesso divertenti come questa, il nocciolo rimane la canzone, sviscerata in tutti gli aspetti: genesi del brano, curiosità e leggende legate alla composizione, aneddoti tratti dai ricordi di Mick, Keith e delle altre pietre rotolanti. Su tutto aleggia poi la tragica fine di Brian Jones, in filigrana dietro il falso storico che lo vorrebbe compositore del celebre riff di Satisfaction.

E arriviamo al famosissimo riff. Un capitolo intero ne spiega la potenza e la sua origine che affonda nell’amore per il blues professato incondizionatamente da Brian Jones e da Richards. Il primo aveva fatto ascoltare al compagno di gruppo Elmore James e Jimmy Reed e questi per suo conto aveva intuito che bisognava seguire la strada aperta da Chuck Berry, l’uomo che aveva già creato riff memorabili per il rock‘n’roll. Quello di Satisfaction sarebbe entrato nel mito del rock, anche se inizialmente Keith Richards temeva che si avvicinasse troppo pericolosamente a quello di Dancing in The Streets di Martha Reeves & The Vandellas. E così abbiamo tirato dentro l’altro ingrediente fondamentale: il   r&b, punto di riferimento per tutti gli Stones e soprattutto di Richards che in questo brano voleva imitare il suono di un riff di sassofono, e lo fece utilizzando il distorsore, allora una novità assoluta. The Ventures avevano introdotto il fuzz-distortion per 2,000 Pound Bee nel lontano 1962. La canzone ispirò sketch memorabili a Belushi e Aykroyd (Belushi, la voleva anche al suo funerale e tragicamente il suo desiderio si è avverato e quando è morto Aykroyd l’ha fatta suonare in chiesa. L’ultima risata regalata da Belushi.

Interessante il capitolo sulle cover. Salvatori nota che da quando il brano è uscito non è mancato un anno senza cover. Qui le sorprese sono interessanti anche per i jazzofili. Tante le versioni fatte da organisti: Jimmy McGriff, Jimmy Smith, Dieter Reith. Queste cover ci parlano dell’organ trio, una formazione che ha avuto una fortuna temporale limitata. Ma nel jazz le versioni sono davvero tante: Gary McFarland, Mongo Santamaria, Paul Horn con Oliver Jackson, Tony Mottola (il chitarrista di Sinatra), i pianisti Oscar Peterson (ma cosa non ha re-interpretato il buon Oscar?), Monty Alexander, Bill Cunliffe e ancora Tania Maria, il batterista nipponico Motohiko Hino ed Herbie Mann.

Joe Pass ha addirittura proposto un intero disco di cover, The Stones Jazz, accompagnato da una grande orchestra, in una produzione di quelle che negli anni Sessanta vedevano spesso i jazzisti ad andare sul commerciale per raggranellare qualche soldo. E poi ci sono le versioni più belle, quelle blues di Buddy Guy, Junior Wells (quest’ultima tratta da Paint It, Blue:The Songs of The Rolling Stones, e questo è davvero un capolavoro di disco), quella soul, miliare,  di Otis Redding e una funky –niente male- con la Incredible Bongo Band. Ma nel libro se ne citano decine di altre e c’è da sbizzarrirsi e da imparare. Per rockettari, jazzofili, bluesofili…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...