Michelone sul jazz europeo

Il nuovo libro di Guido Michelone accende i riflettori sul jazz europeo. Come spiega l’autore il tema è troppo vasto per un solo critico e, per avere una storia in grado di abbracciare tutti i paesi e le diverse realtà che compongono il continente, servirebbe una intera equipe di critici e storici del jazz.  Questo libro costituisce un primo prezioso “mattoncino” della futura storia del jazz europeo. Leggendo il libro di Michelone intanto si ricava una prima preziosa conferma: il jazz in Europa ha accumulato nei decenni una storia importante, con ramificazioni interessanti, solisti d’eccezione, scuole stilistiche e alcuni dischi-chiave dai quali partire. Tutti punti che vengono chiariti bene nell’intervista che segue, pubblicata per gentile concessione dell’autore e della giornalista Elisabetta Perfumo.    

Michelone Guido, Jazz in Europa. Forme-dischi-identità, Casa Musicale Eco, Monza 2016, pagine 180, euro 18,00.

Intervista di Elisabetta Perfumo a Guido Michelone

EP Come nasce il tuo nuovo libro Jazz in Europa? Da quale idea?

GM Sono da sempre interessato al jazz europeo, fin da ragazzino non mi vergognavo affatto di comprare un disco di jazz francese, britannico, tedesco o italiano, a differenza di tanti amici jazzofili che invece storcevano il naso e che di jazz volevano ascoltare nient’altro che quello americano (un’idea fra l’altro ancora diffusa tra gli amanti di questa musica). Io già allora sentivo che nel jazz europeo c’era qualcosa di nuovo, di originale, di diverso… Da allora ho incominciato a ‘specializzarmi’, anche se è solo negli ultimi dieci-vent’anni che – prima su ‘Musica Jazz’ poi su ‘Il Manifesto’ – ho preferito parlare più del jazz europeo che di quello statunitense attraverso recensioni di dischi, saggi, monografie, interviste a protagonisti.

 

EP E questi materiali sono poi stati inseriti o rielaborati nel nuovo libro?

GM Direi di no, è un libro ex novo, a differenza degli ultimi miei, sempre sul jazz (Jazz Forever, Manuale del jazz, Il Jazz-film), dove di fatto ho aggiornato volumi pubblicati quasi vent’anni fa, quasi raddoppiandone le pagine. Tutto però è partito da uno spunto offertomi da un critico spagnolo, Julian Ruesga Bono, che, oltre un anno fa, mi chiese di scrivere un capitolo sul jazz in Europa, indicando i dieci dischi per me fondamentali a definire un’identità del nostro jazz, per un volume collettivo elaborato da vari jazzologi europei. Glielo scrissi, il capitolo, anche se mi risposte che il libro, che sembrava di imminente pubblicazione, fu bloccato da motivi economici. Forse verrà edito nel 2017. E forse perché deluso da questo stop nei confronti di un tema che mi aveva appassionato molto a pensarlo e a scriverlo, ho deciso di fare anch’io qualcosa in Italia: e i dischi da 10 sono diventati 20, poi 30 e infine 55. E voilà, con una doverosa premessa storica, il mio libro era pronto nei tempi pattuiti con un nuovo editore che si è rivelato bravo, gentile, comprensivo, professionale.

 

A questo punto puoi rivelare com’è strutturato il libro o riassumerne forme e contenuti?

GM Sì, anzitutto non è una storia del jazz europeo, perché si tratterebbe di un’impresa forse impossibile per chiunque. Il jazz in ogni nazione resta una musica fortemente localizzata, tranne qualche solista che diventa celebre oltre i patrii confini. Ogni critico, storico, musicologo o jazzologo di solito, da un lato, conosce bene il jazz americano perché è da quasi cent’anni che ce lo raccontano più o meno sempre allo stesso modo (con i dovuti aggiornamenti) attraverso le molte storie del jazz, su libro, scritte soprattutto da statunitensi, britannici, francesi, tedeschi e anche italiani; e, dall’altro lato, conosce bene, se vuole, il jazz del proprio Paese, avendolo sotto casa davanti ai propri occhi o dentro le proprie orecchie, anche perché il jazz italiano, nel nostro caso – ma la stessa cose vale per la Spagna, la Finlandia, la Russia, la Grecia, il Belgio, la Svezia o gli altri paesi che ho già nominato – sta attraverso un periodo eccellente sotto molti aspetti. Tuttavia io saprei raccontare la storia del jazz italiano a grandi linee, ma la storia del jazz ceko, sloveno, portoghese, turco, svizzero o polacco per niente. E il motivo non riguarda solo la conoscenza dei musicisti e dei dischi…

 

EP In che senso?

GM Nel senso che per scrivere una storia del jazz di qualsiasi tipo (su una o più nozioni) occorrerebbe conoscere molto bene, oltre i musicisti e i dischi, anche il pubblico di quel paese, i frequentatori dei concerti (persino come quantità o statistiche), i festival, i locali, i jazz-club, gli organizzatori, i manager, i produttore, le etichette discografiche, le riviste e i siti sul web, i libri sul jazz pubblicati e tradotti, le tournée dei jazzmen stranieri, le singole realtà cittadine e regionali. Ma conosco, al proposito, solo le 1700 pagine de Il Jazz in Italia di Adriano Mazzoletti (uscito nel 2010) che va dalle origini agli anni Sessanta e non so se continuerà, perché per parlare anche solo dell’Italia jazzistica dal 1970 a oggi di pagine ne occorrerebbero forse altre 5000!!!

 

EP Dunque nell’impossibilità di redigere una storia del jazz europeo davvero esaustiva come ti sei comportato di conseguenza?

GM Sono partito, come ti dicevo, da una decina di album per me fondamentali, i quali rimandavano ad altrettanti stili musicali creati ex novo proprio dai jazzmen europei. Mi sono reso subito conto che dieci non bastavano, che erano pochi a definire un’identità di un continente: e da lì è stato un crescendo, venti, trenta, quaranta, fino a cinquantacinque, ma non mi è stato difficile perché la varietà del jazz in Europa a livello di forme, dischi, identità (come ho voluto far scrivere nel sottotitolo) è davvero notevole, a patto che si abbia un’idea di jazz che allarga e non restringe gli orizzonti.

 

EP In effetti scorrendo l’elenco degli stili, dei dischi e dei musicisti sembra che tu abbia fatto del jazz un fenomeno trasversale, vero?

GM Ma il jazz è di per sé un fenomeno trasversale, multietnico e pluridisciplinare, composto da incroci, fusioni, sinestesie, contaminazioni, parallelismi fin dalle sue origini a New Orleans. A maggior ragione in Europa, quando per reinventarsi seriamente il jazz ha dovuto tener conto sia della storia musicale americana e afroamericana (a sua volta ibridata attraverso le culture africane, europee, statunitensi, caraibiche) sia della propria storia locale nel senso di musiche classiche, leggere, folk-popolari, con le quali ha dovuto-voluto-potuto rapportarsi e emettersi a nudo per creare qualcosa di veramente innovativo.

 

EP Qualche esempio di queste fondamentali ibridazioni?

GM Il primo che mi viene in mente in ordine storico e anche in quanto a originalità (a tutt’oggi) insuperata è lo swing-gitan (o jazz manouche) di Django Reinhardt con Stéphane Grappelli e il Quintette du Hot Club de France. Attorno al 1935 loro inventano il jazz europeo riassumendo non solo quanto fatto già fatto dagli americani dal ragtime allo swing, ma sopratutto abbinando i ritmi sincopati alle musiche zingare, alla chanson française, al bal musette e al valzer musette, senza mai tradire lo spirito e il feeling autenticamente jazzistici.

 

EP Mi sembra di avvertire che nel tuo libro le maggiori innovazioni siano concentrate soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, mentre prima e dopo l’originalità del jazz in Europa appare quantitativamente minore.

GM Giusta osservazione, perché a mio parere lo sforzo creativo in quei due decenni resta senza pari in tutte le arti del mondo, ma in particolare il jazz europeo non ha confronti in positivo né con quanto accaduto prima (poco in realtà, tranne Reinhardt o i curiosi esperimenti sul jazz da parte dei compositori classici) né con quanto avverrà dagli anni Ottanta a oggi (anche in una sorta di riflusso che ha visto tornare a prevalere la ‘bella forma’ di scuola boppistica). E di proposito nel libro non ho voluto occuparmi di grandi solisti come ad esempio Michel Petrucciani, Till Bronner, Franco Cerri, Johnny Raducanu – cito a memoria – che sono stati o sono tuttora bravissimi sul piano tecnico o espressivo ma non hanno inventato nulla. Preferisco un radicalissimo quale Derek Bailey o al contrario, per paradosso, i Rolling Stones…

 

EP E qui veniamo a una serie di autentiche provocazioni del libro, perché troviamo appunto gli Stones ma anche Brian Auger, John Mayall, Van Morrison, Jamiroquai, Amy Winehouse… Perché mai?

GM Ma è il discorso, che si faceva prima, sul jazz che è di per sé un fenomeno trasversale, una ricerca estetica della musica afroamericana, di cui non possiamo fare a meno, nel senso che per capire tutto il jazz dobbiamo anche conoscere bene il blues, il gospel, il r’n’b, il soul, persino il funk, l’hip-hop, il rock and roll. In Inghilterra, nazione che nella prima metà del Novecento appare grigia, distaccata, lontana, quasi amorfa sul piano delle innovazioni musicali, poco a poco vede i giovani degli anni Cinquanta appropriarsi della cultura sonora statunitense – in particolare neroamericana – senza distinzioni o preconcetti, anzi mescolando disinvoltamente – è il caso dello skiffle – blues, country, r’n’b, folk, eccetera sino a far nascere un ibrido nuovo. E tale atteggiamento sarà perpetuato da allora a oggi con sempre nuovi stili come il british blues, il rock-blues, la scuola di Canterbury, l’acid jazz, il neo soul, dove magari il jazz compare solo indirettamente, in quanto prevalgono soprattutto del blues e del r’n’b. Ma vogliano forse dire che blues e r’n’b non c’entrano niente con il jazz?

 

EP Un’ultima domanda, ma duplice: di cosa vai fiero per questo libro? Una cosa sola! E quali categorie di lettori vorresti che leggesse Jazz in Europa?

GM Di quest’ultima parte posso almeno elencare diverse categorie?

 

EP Accordato, ma non più di tre-quattro…

GM Allora comincio da qui e ne dico tre; dico che a leggere Jazz in Europa vorrei anzitutto i giovanissimi perché di jazz non sanno nulla o quasi (figuriamoci quello europeo); dico poi i musicisti non solo di jazz, perché sono spesso chiusi in categorie rigidissime; e dico, infine, anche gli americani – se mi traducessero – perché ignorano o snobbano il nostro jazz che talvolta è migliore del loro.

 

EP E di cosa vai fiero?

GM Al di là delle scelte azzardate e volutamente provocatorie, del fatto che quasi per ogni stile ho voluto cimentarmi di proposito con una tipologia di critica o di metodo ogni volta diverso nelle analisi dei dischi, ragion per cui un album è visto sotto l’aspetto sociologico, un altro nella prospettiva musicologica, un altro ancora in rapporto alla biografia dell’autore e via discorrendo, per far capire che la musica può essere letta e ascoltata anche qui non a senso unico ma in tanti modi differenti…

 

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