Michelone: Riflessioni jazz sulla Festa Europea della Musica

Ospito nuovamente un intervento critico di Guido Michelone. Questa volta, complice la festa europea della musica, Michelone segnala alcune opere uscite nel 2016, tra libri, cd e film “jazz”. Si va dai saggi di Stefano Zenni e Gianluca Grossi, ai nuovi dischi di Petrella e Ottolini, al repechage di un classico di T-Bone Walker, passando per il film Miles Ahead, sulla figura di Miles Davis. Il filo rosso che unisce questi lavori è la grande qualità espressa. Buona lettura. 

Tra il 10 e il 30 giugno anche in Italia abbondano le iniziative (soprattutto concertistiche) per festeggiare la Giornata Europea della Musica, che cade esattamente durante il solstizio d’estate (21 giugno).

La ricorrenza ha origini abbastanza recenti: nel 1982 Jack Lang, all’epoca Ministro della Cultura, promuove in Francia una Fête de la Musique, invitando ogni tipo di musicista (dilettanti compresi) a suonare appunto il 21 giugno per le strade e sulle piazze delle località francesi, grandi e piccole, per omaggiare con il jazz, il folclore o la classica il giorno più lungo dell’anno: la luce del sole e la bellezza delle sette note. Dal 1995 aderiscono spontaneamente a quest’evento sempre più nazioni europee e da quest’anno, in Italia, la Festa della Musica viene sostenuta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della SIAE, che consiglia non solo di fornire gratis concerti o recital alla città, ma anche di promuovere ulteriori iniziative come ad esempio l’ascolto dei dischi o la lettura di libri sulla musica. È per questo che vorrei proporre alcune brevi riflessioni ‘jazz’ sulla Festa Europea della Musica, utilizzando più o meno ortodossamente il giochetto di alcune rubriche di riviste cartacee o di programmi televisivi, quando si chiede all’intervistato di turno un libro, un disco, un film. Ma, nonostante la perfezione del numero tre sostenuta da filosofi e astronomi, gradirei andare oltre, giungendo al dieci che, da scolastiche rimembranze, mi sembra il massimo, il top o l’optimum che dir si voglia. Seguirò questa ‘logica’ progressiva: 1 Saggio; 2 Manuale; 3 Autobiografia; 4 Vinile; 5 CD nuovo; 6 Ristampa; 7 Colonna sonora; 8/9/10Tre voci femminili.

1 – Stefano Zenni, Che razza di musica. Jazz, blues, soul e le trappole del colore, EDT, Torino 2016.

Prima di scrivere una nuova storia del jazz (o anche solo una minima considerazione sociologica sul sound nordamericano), tutti i critici musicali dovrebbero leggersi questo manualetto che finalmente fa piazza pulita – con tanto di dati oggettivi alla mano – dei pregiudizi su una sorta di razzismo all’incontrario che vedrebbe i neri unici protagonisti assoluti del jazz, del soul, del blues, misconoscendo l’apporto decisivo delle comunità ebraiche, italiane, asiatiche, all’evolversi dei linguaggi hot, swing, bebop, cool, fino ai nostri giorni.

2 – Gianluca Grossi, Guida alla musica dei Balcani e del Caucaso, Odoya, Bologna 2016.

La musica dell’Est Europa diventa di moda dopo il crollo del comunismo e in parallelo al conseguente allargamento della world music (lanciata da autori e discografici soprattutto di estrazione pop-rock-jazz) a ritmi, cadenze, timbri, sonorità fino allora ‘out’ nel mondo occidentale. Il successo in particolare delle brass band è tale da influire persino sui nuovi sviluppi del world-jazz anche grazie ad alcune fruttuose storiche collaborazioni ad esempio tra Paolo Fresu e la macedone Kokani Orchester. Il libro offre dunque oltre un centinaio di brevi monografie dal Coro delle Voci Bulgare alla Fanfare Ciocărlia, da Toni Iordache a Goran Bregovic, con schede e discografie molto utili anche ai jazzofili per ogni possibile raffronto o connubio.

3 – Joni Mitchell, Both Sides (a cura di Malka Maron), Big Sur, Roma 2016.

Frutto di una serie di lunghe interviste nel corso degli anni, dal sapore della conversazione tra amiche, fra la giornalista e la folksinger, il testo si dipana quale amabile chiacchierata, in cui l’artista si svela poco alla volta, confessando l’amore per la pittura e la passione anche per il jazz che, come si sa, viene via via tradotto dalla band accompagnatrice L.A. Express con Tom Scott o dal supergruppo per il disco e la tournée di Hejira, autentico fusion combo (grazie a Pat Metheny, Jaco Pastorius, Michael Brecker, Steve Gadd) o ancora dalla collaborazione con Charles Mingus per l’album Mingus, senza che il contrabbassista riesca a vederne la conclusione a causa della morte dopo lunga malattia.

4 – Gianluca Petrella, Cosmic Renaissance, Pannonica 2016.

Benché il jazz risulti la forma musicale più adatta alle sonorità viniliche, a usufruire oggi del ritorno del long playing è soprattutto un genere come il rock. Ben venga dunque questo padellone realizzato dal torinese Petrella in quintetto, dove il trombonista con soli cinque brani conferma la propria geniale versatilità qui alle prese con uno stile funky molto accattivante, non privo di citazioni al contempo storiche e futuriste, quando sin dai titoli sia dell’album e sia del quarto pezzo, dove viene scomodato il nume tutelare, ovvero Sun Ra.

5 – Mauro Ottolini Sousaphonix, Buster Kluster, T.JF, 2016.

Freschissimo di stampa, il CD è la registrazione del concerto che la band (undici elementi) capitanata dal trombonista veneto tiene all’Auditorium RAI durante il Torino Jazz Festival: si tratta forse di uno dei migliori esempi di musicazione in assoluto perché il commento alle immagini dei film muti del grande Buster Keaton avviene molto intelligentemente attraverso uno stile musicale che ricorda da vicino quello impiegato dal vivo negli anni Venti durante la proiezione di slapstick comedy. Del resto Ottolini da tempo rilegge l’hot jazz da par suo, senza revival o filologia, ma con un gusto neomoderno in grado di coglie la modernità ‘storica’ di quell’epoca.

6 – T-Bone Walker, I Get So Weary ‘Plus’ Singing The Blues, Soul (distr. Egea), 2016.

I due album usciti rispettivamente nel 1961 e nel 1960 comprendono in tutto otto session avvenute tra il 1950 e il 1954 a Los Angeles, New Orleans e Detroit con formazione variabili, dove, oltre il leader (cantante, chitarrista, compositore) spiccano i nomi di Dave Bartholomew (tromba) ed Eddie Lockjaw Davis (sax tenore). La musica è un blues moderno, più o meno apparentato alla svolta elettrica che va compiendosi in parallelo a Chicago e che sfocerà nel r’n’b o addirittura nel rock and roll, con una sostanziale differenza: Walker resta un bluesman sino in fondo con un approccio e un feeling delicatamente jazzistico, che si traducono in un mood della chitarra molto swingante, soffice e corposo al tempo stesso.

7 – Miles Ahead. Original Motion Picture Soundtrack (Sony)

Si spera che entro l’anno esca anche in Italia Miles Ahead il film su Miles Davis scritto, diretto e interpretato da Don Chearle, sulla celebre Autobiografia. In America, dove s’è visto già dall’autunno scorso, il lungometraggio continua a suscitare polemiche talvolta ridicole, che riguardano dettagli marginali (come il modello di tromba usata) e invece perdono di vista i discorsi sugli aspetti narrativi e sui valori artistici che un’opera cinematografica deve comunicare. Ciò detto, per ragioni di marketing, come si sa, in Europa esce quasi sempre prima la colonna sonora e dunque ecco a disposizione in unico CD lo score con ben 24 tracks, otto dei quali sono brevi dialoghi, in cui si sente la voce afona   inimitabile (colpa di un’operazione chirurgica) dello stesso Miles Davis. Il soundtrack procede in ordine cronologico presentando la magistrale costante evoluzione di una ricerca stilistica che per valore e varietà non ha eguali nella storia del jazz, in un arco di tempo tutto sommato ristretto visto che la parabola di Miles Davis inizia nel 1945 con il quintetto di Charlie Parker e termina per la morte improvvisa (1991) preceduta dalla collaborazione con il rapper Easy-Mo Bee: il CD tuttavia evita questi due estremi rifiutando sia con le sperimentazioni di poco successive (la tuba band e il capolavoro The Birth Of The Cool) sia con la versatilità pop-jazz degli Eighties (con picchi espressivi quali Tutu, Aura, Siesta, The Hot Spot). Di conseguenza il disco si concentra fra gli anni Cinquanta e Settanta, antologizzando comunque diverse masterpieces: si parte infatti con la versione di Miles Ahead del 1956 in quartetto con John Lewis, Percy Heath, Max Roach, sia procede con il decisivo modale di So What (e i vari John Coltrane, Cannonball Adderley, Bill Evans da ‘spalle’) e con le orchestrazioni spagnoleggianti di Solea (Big Band diretta da Gil Evans), e si arriva alla messa a punto del celebre Golden Quintet (1963-68) dapprima con George Coleman, poi con Wayne Shorter: è qui il periodo meglio documentato, nel CD, con ben tre brani – Seven Steps To Heaven, Nefertiti, Frelon Brun – che spingono verso un’inedita prospettiva sonora, poi realizzata con il cosiddetto jazzrock (1969-70) esemplificato sia da Duran sia da Go Ahead John; gli ultimi pezzi riguardano l’ulteriore sviluppo dell’elettrificazione avaguardista verso un free-funk (1972-75) ben evidenziato da Black Satin e da Prelude, mentre Black Seat Betty (1981) segna il ritorno in scena con proposte meno elucubrate. L’album però finisce con quattro song appositamente commissionate da Don Chearle al tastierista Robert Glasper, il quale compone appositamente in stile funk aggrappandosi al giovane Keyon Harold per il sound trombettistico di Junior’s Jam e Francessence in quintetto, mentre nella conclusiva What’s Wrong With That? tornano due storici comprimari, Herbie Hancock e Wayne Shorter, a dar man forte a un formidabile settetto. Aspettiamo però il film per giudicare l’impatto della musica sulle immagini.

8, 9, 10 – Battaglia, Guido, Paoli

Oggi, stando almeno a quanto proposto dalla coraggiosa label Dodicilune, sembra prevalere, nel canto jazz italiano, la tendenza cantauriole, dove purtroppo vizi e virtù s’alternano talvolta senza approdare a esiti artistici definitivi o convincenti; ma non è il caso di questi tre nuovi dischi che offrono spunti qualitativi notevolissimi a cominciare da Tomorrow-2 more Rows Of Tomorrow di Camilla Battaglia, in nove brani (in inglese) tendenti al virtuosismo e alla sperimentazione, benché vicini anche all’odierna rock song: qui l’unica cover è The Blow’s Daughter di Damien Rice. The Good Storyteller di Elisabetta Guido è all’insegna di un forte eclettismo a partire dall’uso di quattro diverse lingue per arrivare a sonorità etniche (Balcani e pizzica) non senza un raffinato standard (Crystal Silence di Chick Corea). Il lato vulnerabile di Elga Paoli appare invece un omaggio alla canzone italiana degli anni Sessanta tra Luigi Tenco, Bruno Martino e la bossa nova come in Saggezza e vanità interpretata insieme a Joy Garrison con tranquilla piacevolezza.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...