Leggere Tom Waits

Tom Waits, Il fantasma del sabato sera, Minimum Fax, 2016.

L’occasione fa gola. Quella in questione –ghiotta- è la recente ristampa della raccolta di interviste a Tom Waits: un soggetto che consente di parlare di musica dal jazz al rock (passando per il blues e tutto il resto) e di letteratura e poesia e di cinema e di America… Una storia che parte da un bambino abbandonato dal padre che individua in Kerouac, Ginsberg e Bukowski i suoi “padri” spirituali, le sue guide nella vita. Per fortuna da questa china pericolosa lo salva l’ironia: credo che tutti a un certo punto leggano Kerouac. Iniziai a indossare occhiali scuri e mi abbonai a Downbeat…ero un po’ in ritardo. Da questa infatuazione beat adolescenziale fuori tempo massimo emerge nuotando in un mare d’alcool e correndo con macchine d’epoca nei bassifondi più nebbiosi di sigaretta di tutta l’America del sud ovest, fino al posto dove accade tutto, la mitica California degli anni Sessanta. Qui un giovane performer innamorato di Ray Charles e degli hipster anni cinquanta, apre i concerti di Frank Zappa. Il suo ruolo è quello del “termometro rettale” del pubblico, spiega Zappa a Waits che intanto scivola sempre più nelle sue alcoliche fantasie di poeta maledetto fuori moda. La sua musica viene etichettata come “nostalgia da bar” (in omaggio al suo amore Bukowskiano), per le macchine, le strade, i bassifondi della provincia americana (qui capiamo la venerazione per Kerouac e Ginsberg) e tutto il movimento beat con accompagnamento bebop (ricalcando lo stile word jazz di Ken Nordine). Con quella voce già fuori giri che si ritrova si rimane perplessi a scoprire che i suoi riferimenti più citati in tutti gli anni ’70 sono Mose Allison e Ray Charles, grandissimi modelli come pianisti-cantanti. Mentre qualcuno lo accostava a Louis Armstrong   lui sosteneva di essere rimasto folgorato da James Brown, gli anni e gli stravizi rendevano il suo timbro vocale quello di un satana prestato dagli inferi all’industria discografica, un Nat King Cole sotto esorcismo, un Howlin’ Wolf filtrato da un distorsore, un cantante confidenziale che vi accompagna alla sedia elettrica sussurrandovi all’orecchio prima che il boia dia la scossa. Quando gli chiedono di fare dei nomi spara Miles Davis e Billie Holiday, ma il suo cotè demoniaco, modellato da migliaia di concerti nel mondo è quello del motel dove vive come un semi barbone nella sua Los Angeles. Non c’è musica fuori dalle città; la musica si trova solo qui. Sinfonie sulla ventitreesima strada. Jam session di traffico a tutte le ore. Questo è il primo Tom Waits: il cantore della notte, degli inferni privati, l’individualista songwriter da night con una voce che potrebbe piacere al punk dilagante dei fine Settanta. C’è una solitudine comune che si estende da costa a costa. E’ come una crisi d’identità collettiva che si allarga a macchia d’olio. E’ la notte americana, calda scura, narcotica. E poi tutto cambia, e come sempre il motore delle cose è una donna, la futura moglie Kathleen Brennan.  E’ lei che spalanca le finestre di quelle sordide camere di motel, cambia lo stile di vita al buon Tom e lo porta a trovare un proprio stile e -a dispetto della vociona- una vera “voce” artistica. Rimangono tracce del vecchio jazz da bar, ma arrivano suoni nuovi, scheletri di canzoni, l’influenza di Harry Partch con i suoi strumenti auto costruiti, Keith Richards a fare l’ospite con tutta l’estetica sgangherata del rock (mentre compone Rain Dogs Tom Waits ascolta Exile On Main Street) e le chitarre vengono affidate a un fantasista come Marc Ribot. Mi piace ascoltare musica dall’altra parte del muro, spiega Waits in riferimento ai suoni imprecisi che propone come fossero fotografie fuori fuoco, collage realizzati con suoni di ogni genere, frattaglie e scarti di musiche, strambe marcette, episodi circensi. Come scrive un critico: dischi come Swordfishtrombones, Rain dogs e Frankie Wild Years sembrano una sequenza di incorporee trasmissioni radiofoniche amatoriali impreziosite con strumenti soprannaturali, con percussioni sferraglianti e un surreale reportage dalla strada. Quando entra un’orchestra è sempre klezmer da night club o i sono gli strumenti a fiato dell’esercito della Salvezza.   Waits dopo una vita da artista di culto (anche se i suoi brani sono stati ripresi da Eagles e Springsteen) vince premi su premi, e lo sguardo è rivolto a una ricerca lontana dalle sue origini (fatta eccezione per alcuni musicisti –forse Monk e Mingus, Bud Powell e Miles – gran parte del jazz per me evoca calze di seta, piscine e lampade antivento, bagni puliti e completi nuovi). Anche la voce che in partenza era associata a quella di Armstrong e destava l’interesse della critica “lo fa sembrare nato già vecchio, o con un sigaretta in bocca”, negli anni si è trasformata in un rauco grido avvolto su se stesso, un Howlin’ wolf al quadrato, proteso a lanciare sul pubblico il suo blues primordiale.

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