Stefani Zenni: che razza di musica!

Articolo pubblicato da Alias/Il manifesto, sabato 20 agosto 2016

Colore e pregiudizio

Il “razzismo musicale” nel nuovo libro di Stefano Zenni

I pregiudizi si formano -come da parola- prima che dentro di noi maturi una opinione basata su argomenti concreti. Il virus endemico del razzismo permea la società (vedi i migranti) e l’arte non ne va esente. Gli studi sul jazz risentono da sempre delle pulsioni sociali: negli anni Sessanta/Settanta questo rapporto musica-società si confrontava con la   politica e l’ideologia, in seguito lo ha fatto con gli studi di genere o quelli culturali e oggi interagisce con i pregiudizi razziali. Contro la propaganda che ci infesta la vita abbiamo bisogno di un costante esercizio di rifiuto dei luoghi comuni e questo è il compito che si prefigge il recente lavoro di Stefano Zenni Che razza di musica (EDT, 2016, euro 11.50). Il jazz è “proprietà” degli americani black, i neroamericani hanno il senso dello swing innato e cantano con la voce “nera”. Quale fondamento razionale hanno queste osservazioni, ancora popolari? Per ribaltare una storia fondata sui cliché, prima della musicologia o della critica, suoi campi di elezione, Zenni introduce considerazioni non scontate di genetica e scienze sociali che ci aiutano a guardare oltre i miti, là dove si osserva una realtà più complessa.

Il razzismo è una costruzione non scientifica, basata su fattori storico-culturali; nefasta oggi tanto quanto lo è stata in passato. Come nel caso americano dove la discriminazione tra razze si è rivelata particolarmente stridente, provenendo da un paese che si presenta al mondo con la statua della libertà. Dopo la guerra civile le gerarchie delle classi di colore vennero certificate in USA dalle leggi “one drop”: una singola goccia di sangue nero rendeva nera la persona al di là “della pelle”, che da sola non bastava a dimostrare la “purezza” in un Paese intriso di scambi tra “bianchi” europei, “neri” africani e “rossi” nativi. Le leggi one drop misero ordine in questa ricchezza genetica che mescolava le culture e le provenienze etniche impensierendo fatalmente il potere politico. E nella musica “nera”? Quali confusioni ha generato la linea del colore,   a partire dal nome? Il libro elenca decine di musicisti “neri” che per albero genealogico non lo erano completamente: Charley Patton, Oscar Pettiford, Horace Silver, Paul Gonsalves, Charles Mingus; e di bianchi che non erano solo bianchi: Dave Brubeck, Pee Wee Russell, Jack Teagarden. «E tuttavia, nel discorso quotidiano (anche musicale) continuiamo a parlare di “bianchi” e “neri”, ignorando che la realtà è fatta da un continuum non categorizzabile, di individui di varia discendenza», aggiunge Zenni. Argomento chiuso, anche se una storia fatta di colori e discriminazioni genera paradossi mostruosi: è il caso del creolo Jelly Roll Morton. Di pelle chiara, amava la musica classica europea e spesso si abbandonava a considerazioni razziste verso i colleghi neri ma finì per sposare una ragazza di colore che si faceva passare per messicana (se si fosse dichiarata “bianca” tout court quel matrimonio sarebbe incorso nei rigori della legge). Sfatate le confusioni che circondano le presunte appartenenze razziali dei jazzisti neri, tocca ai bianchi: raggruppati da Zenni in due macro categorie: ebrei e italoamericani. E se il caso italoamericano è ben conosciuto tramite la roboante divulgazione jazz-patriottica di Renzo Arbore, quello ebraico è rilevante perché non indaga tanto l’apporto degli ebrei al mondo della musica nera, noto e impareggiabile, quanto la relazione di amore-odio tra le due comunità. Un esempio evocativo: Gershwin in Porgy and Bess ha fuso «in modo prodigioso» il blues e il canto ebraico mescolandoli al «pathos pucciniano». Inoltre gli ebrei sono stati produttori, manager, proprietari di jazz club ed etichette discografiche. I nomi costituiscono un parterre de roi impressionante: Milt Gabler, i fratelli Chess, Bob Weinstock, Alfred Lion, Norman Granz, Jerry Wexler, Lester Koenig, Orrin Keepnews, Bernard Stollman…Ma da Bob Dylan al soul, fino a John Zorn, l’apporto ebraico alla musica nera (artistico, economico, culturale) è monstre. Uno dei capitoli più originali del libro si occupa di un tema poco noto, quello del passing, ovvero della pratica di “cambiare colore”, frequente tra i creoli e i neri di carnagione chiara che per acquisire vantaggi sociali e professionali si sono fatti passare per “bianchi”. Il tema del passing è stato anticipato in letteratura da Boris Vian, nel pulp erotico-noir Sputerò sulle vostre tombe (1946), ma Zenni, fedele alla propria impostazione, pesca gli esempi nella storia del jazz e ci riporta a musicisti di New Orleans come Achille Baquet o Dave Perkins, indugiando anche sui casi di passing al contrario: come quello del cantante attore Herb Jeffries (Duke Ellington orchestra) di origini italiane e irlandesi il quale, giovandosi della carnagione olivastra, si fece passare per nero, sfondando nel cinema. Giudicare la pelle dalle sfumature -come se in un brico center comprassimo una vernice con la tabella dei colori pantone- porta con sé ulteriori aberrazioni: durante le riprese a Hollywood per il film Check and Double Check (1933), Juan tizol e Barney Bigard, due solisti di Duke Ellington neri dalla carnagione chiara, devono essere scuriti dalla truccatrice per non creare intoppi alla distribuzione. Era l’epoca delle orchestre segregate: se il gruppo era formato da neri il pubblico al cinema non doveva nutrire dubbi. Per fortuna il jazz è stato un robusto motore di integrazione e Zenni propone esempi di musicisti “arrabbiati” come Miles Davis o Charles Mingus che formarono gruppi integrati, a dimostrare che la vera creatività non ubbidisce alle regole del colore. Alcuni luoghi comuni, come quello del “senso del ritmo” o della “voce nera” non sono stati completamente debellati, anche perché sono stati impiegati dal nazionalismo nero degli anni Sessanta (Amiri Baraka su tutti) come scudo protettivo verso le politiche razziste americane.

Il razzismo (o il razzismo rovesciato del nazionalismo nero) sono i frutti amari del potere politico ed economico dell’America bianca e intorbidano anche i discorsi artistici, generando posizioni identitarie malsane come quelle di Wynton Marsalis e Nicholas Payton. Reclamare la purezza del jazz afroamericano negando i contributi di ebrei, italiani o asiatici, riporta indietro le lancette della storia e dell’arte.

«Come ricorda W.E.B. Dubois, la musica degli africano americani è l’eccezionale dono che gli ex schiavi hanno fatto al mondo. Il dono di una musica che è resistenza e apertura, voce individuale e inclusione collettiva, opposizione all’egemonia e mano tesa verso l’altro. Per accogliere e apprezzare quel dono, perché tutti ne usufruiscano nel migliore dei modi e costruiscano la propria libertà espressiva, è necessario fare pulizia delle incrostazioni ideologiche e mitiche…», scrive Zenni chiudendo il suo manuale per un jazz antirazzista, ribadendo il messaggio già declinato in apertura: «Le etichette non sono eterne, e mutano con il mutare delle culture, ma conoscerne storia e significato aiuta a ridimensionarne gli effetti negativi. (…) Le persone, le loro espressioni e i movimenti culturali, trascendono le categorie. E’ lì che sorge il piacere –anche artistico- dell’inafferrabile complessità della vita».

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