Conversazioni con Steve Lacy

Jason Weiss, Conversazioni con Steve Lacy, traduzione di Francesco Martinelli, Pisa, Edizioni ETS, 2015.

Questo volume raccoglie una serie di interviste a Steve lacy, una figura basilare del pantheon jazz. Tutta la storia del sassofono soprano passa per Lacy. Di un lessico e di un suono per quello strumento (in chiave moderna) è stato lo scopritore, precedendo –e anzi influenzando- lo stesso Coltrane, e questa è storia. Lacy è anche stato il trait d’union tra il jazz tradizionale e il free. Questo perché ha iniziato la sua attività come musicista jazz trad sotto l’influenza dei dischi di Sidney Bechet degli anni Trenta con Tommy Ladnier alla tromba, suonando poi nei primi anni Cinquanta con i campioni del genere ancora attivi. Nelle prime interviste rilasciate Lacy parla spesso di Bechet, del suo vibrato molto largo, utilizzato secondo lui per coprire i difetti tecnici, ma esplora anche le peculiarità della sua musica: “Bechet suonava a volte la parte della tromba, dato che il soprano ha la stessa estensione della tromba normale”, e condendo spesso le riflessioni con considerazioni stilistiche: “se si estende verso i limiti estremi nell’acuto le note più alte sono notevolmente simili a quelle che può produrre Cat Anderson”. Preso per mano da Cecil Taylor e caduto sotto l’influenza quasi stregonesca di Thelonious Monk, Lacy si avvia ad una stagione di grandi conquiste artistiche, un periodo che parte con abbandono dell’America e l’approdo nella vecchia Europa, a Roma. Nel frattempo lo studio dello strumento lo porta a livelli espressivi altissimi. Lacy per primo ne ha intuito le possibilità nel jazz contemporaneo: “ha la voce del soprano dell’opera, elementi del flauto, del violino, del clarinetto e del tenore, e può addirittura avvicinare l’intensità del baritono. Può anche sembrare una tromba barocca”.

Lacy ha lavorato in ogni genere di contesto, dal solo alla grande formazione, misurandosi con attori, poeti, danzatori e musicisti di ogni provenienza stilistica e geografica. Nelle interviste si succedono considerazioni sulla pittura contemporanea, sulla poesia e anche sul rapporto tra arte e società in particolare per il suo lavoro negli anni Sessanta, un corpus di pensieri che potrebbe interessare molti giovani musicisti. Ecco un pensiero sul concerto in solo, una pratica molto diffusa oggi, e se è concesso dirlo, anche abusata: “suono in solo da venti anni ormai, ma non lo faccio molto (…) perché è una cosa da fare in casi eccezionali. Se suoni sempre da solo diventi matto e stonato e suoni musica stupida. Il jazz è una musica della gente, di una collettività”. O quest’altra, che testimonia Umiltà della genialità: Nel mio gruppo c’è Steve Potts che suona come un pazzo, ogni sera più della sera prima, e non ce la faccio mai a raggiungerlo; posso solo incoraggiarlo”. Che bellezza.

Nell’appendice di questo volume, ottimamente curato da Francesco Martinelli, trovano posto alcuni lavori di Lacy, spartiti, scritti, a volte inediti, di grande interesse. Che spaziano dal suo lavoro con Giuseppe Chiari e il gruppo Musica Elettronica Viva, dalla passione per Monk, che lo incoraggiava prima dei concerti “a far volare il palco” o degli attestati di stima verso Cecil Taylor. Ci sono anche molte foto testimonianza delle frequenti incursioni di Lacy nel nostro Paese.

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