Prossimamente in scena il delitto jazz: Sax Crime!

Ha detto James Ellroy: “Yes. Crime is like jazz. Americans do it best”. Ma la commistione della musica nera con il crime letterario e cinematografico non domina solo in America. Lo scrittore giapponese Murakami, intervistato dalla Paris Review, elenca cosa ama della cultura occidentale: musica jazz, Dostoevsky, Kafka, Chandler. Due dei protagonisti (il jazz e Chandler) costituiscono l’argomento esplorato da Sassofoni e pistole, un saggio che è ad oggi unico al mondo nel suo genere.

All’interno del libro la figura del detective privato nel classico noir americano rappresenta uno dei punti di forza del rapporto tra letteratura e jazz. Su questa falsariga è nato il racconto Assassinio al jazz club, che chiude in maniera leggera Sassofoni e pistole. Da saggista temevo l’invasione di campo nella narrativa; invece sono venuti da me entusiasti Andrea Murchio (attore e regista) e Alessia Olivetti (attrice e produttrice), proponendomi di trasformarlo in qualcosa di teatrale. Per altre vie è giunto Claudio Nicola, affermando che gli sarebbe piaciuto suonare il suo contrabbasso su quel racconto. Ovviamente ci voleva un sassofonista e per quel ruolo è sembrato naturale il polistrumentista Alfredo Ponissi. Ho modificato il racconto inserendo qualche dialogo, fatto incontrare attori e musicisti, poi sono uscito di scena. Ora appartiene agli attori e ai musicisti che hanno dato una vita diversa al testo. Il racconto si è trasformato in una pièce teatrale: Sax Crime. Assassinio al jazz club.

il trailer dello spettacolo

Un lavoro che utilizza tutti gli stereotipi “jazzistici” descritti nel libro e li mette al servizio della trama. Abbiamo un detective, un musicista assassinato e una vera indagine che si dipana tra note, canzoni e scazzottate. Come in ogni giallo che si rispetti abbiamo i buoni e cattivi, le bionde conturbanti, le rosse pericolose, i personaggi della mala e anche un critico musicale sopra le righe. Il detective dovrà indagare negli ambienti dei locali notturni mentre i musicisti in scena suonano dal vivo e ci sono anche un intreccio amoroso e un pizzico di blues esistenzialista. Tutti questi cliché sono ovviamente visti dagli occhi di uno scrittore italiano che accosta il “mito americano” con il proprio bagaglio culturale e in qualche modo lo interpreta e lo cambia. Lo plasma. Questo spettacolo riscrive con tenerezza il giallo hardboiled all’Americana.

Nel mio caso, da torinese, è stata determinante l’ispirazione di Leo Chiosso, il paroliere del grande Fred Buscaglione. Mentre scrivevo il libro Kevin Burton Smith, un giallista canadese, mi ha spiegato che per lui il rapporto tra intellettuali americani ed europei è come una partita di tennis, dove i due giocatori sparano la palla da una parte all’altra del campo senza mai colpirla in riposta, non riuscendo a chiudere uno scambio. Un dialogo tra sordi, che si amano o si detestano sempre per i motivi sbagliati. Da questo spettacolo fumettistico e postmoderno dovrebbe emergere una doppia lettura (almeno nelle intenzioni di chi scrive): dietro la trama e la musica si cela una appassionata e costante riflessione sui grandi miti americani.

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