Ishmael Reed: Il grande incantatore

Il grande incantatore. Per Ishmael Reed, a cura di Giorgio Rimondi, Milano, Agenzia x, 2016

Ishmael Reed è uno dei più controversi e influenti scrittori afroamericani a cavallo tra vecchio e nuovo millennio. Manco a dirlo la sua Black Aesthetic è imbevuta di jazz, a partire da Mumbo Jumbo, uno dei capolavori della letteratura americana, un testo completamente attraversato da una particolare rilettura del ruolo giocato dalla musica nelle vicende americane. Fino ad oggi solo questo romanzo è stato tradotto in italiano e non mi dilungherò qui in una sinossi del libro, pressoché inutile, ma l’invito è ovviamente a leggerlo al più presto e a procurarsi insieme Il grande incantatore che presenta un piccolo florilegio di poesie di Reed, tradotte da poeti e autori italiani e raccoglie una serie di saggi che raccontano questo scrittore e il suo mondo. Tra gli studi ospitati troviamo quelli di due dei massimi esperti nel binomio letteratura e jazz in Italia: Giorgio Rimondi e Franco Minganti. Rimondi ricostruisce la fortuna di Mumbo Jumbo nel nostro Paese, dove ha avuto tra i suoi primi estimatori Elémire Zolla, che ne ha colto gli aspetti magici ed esoterici, mentre in America tra i suoi sponsor troviamo niente meno che il sommo critico Harold Bloom. Reed che è stato descritto da Max Roach come un “Charlie Parker della letteratura” ha flirtato a fondo con il jazz, anche quello suonato, come ci spiega Marcello Lorrai che traccia per sommi capi una storia delle collaborazioni tra il Reed performer e alcuni jazzisti di primo piano come David Murray, Carla Bley, Kip Hanrahan, tra gli altri.  Minganti, con un sentito saggio critico, in parte anche autobiografico, racconta l’importanza del lavoro di Reed, di quel suo postmodernismo difficilmente incasellabile.

Abbiamo parlato delle poesie inedite e quindi non è possibile non estrarre almeno qualche citazione.Per tornare a Charlie Parker in Poetry Makes Rhythm in Philosophy troviamo un confuse sogno alcolico dove al poeta compare un fantasma:

…ho discusso con Bird di Kansas City/Stavamo parlando del/ritmo e io ho detto/”il ritmo dà il movimento a tutto/fa oscillare le stagioni/sostiene gli elementi/come fanno le dita veloci di Paul Chambers”

Oppure in When I Die I Will Go to Jazz; quando morirò io andrò nel jazz, un luogo favolistico dove il poeta non sogna di trovare un paradiso e neanche teme l’inferno:

Chi ha bisogno dell’arcangelo Gabriele/quando abbiamo Clifford, Clark, Lee e Bix/puoi aggiungere Thad/a questo gruppetto illustre/e Prez e Billie seduti/sui loro troni/ e la loro corte indossa porkpies/gardenie e gilet a scacchi/e il ritmo del posto è/ come Denzil Best/con Mingus e Ray Brown che fanno/il loro dovere al basso…  

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