1917-2017: cento anni di jazz con 18 musicisti x 54 dischi scelti da Guido Michelone

Il critico e scrittore Guido Michelone (già autore di diverse incursioni su Magazzino Jazz), per festeggiare i 100 anni del primo disco jazz (Livery Stable Blues dell’Original Dixieland Jazz Band) propone una lista di diciotto grandi jazzmen – forse i migliori, ma le selezioni restano come sempre qualcosa di assai personale – ciascuno con tre album che li rappresenta (anche qui senza la pretesa di essere ‘obiettivi’, cosa peraltro impossibile). Penso che questo suo intervento possa servire per continuare a parlare (bene) del jazz e della cultura che gli ruota attorno e che gli vive dentro, in profondità.

Louis Armstrong, The Complete Town Hall Concert (RCA) 1947 + Louis Armstrong, Play W.C. Handy (Columbia) 1954 + Louis Armstrong, The Good Book (MCA) 1958

Ecco tre album ‘fondamentali’ per capire il ritorno al jazz autentico da parte di un Maestro. Nel primo caso si assiste, dal vivo, al grande ritorno di Satchmo alla sua vera musica, l’hot jazz con un sestetto di tutte stelle: da Teagarden ad Hackett, da Hucko a Cattlett: istrionismo e divertimento sia alla tromba sia nel canto scat. Nel secondo il trombettista rende omaggio al massimo scrittore di blues classici: William Christopher Handy (1873-58) viene qui cantato e suonato all’insegna di uno splendido revival con echi mainstream. E per entrare nel significato del terzo album: “Se tu non credi in Dio, non puoi suonare nè capire il jazz”. Così afferma Satchmo. E così interpreta magistralmente una dozzina di vecchi spiritual: davvero commovente.

Chet Baker, Sings. The Complete Vocal Studio Recording (Valentine) 1953-62 + Chet Baker, Peace (Enja) 1982 + Mariachi Brass & Chet Baker, In the mood (World Pacific) 1966.

Dopo il successo con Gerry Mulligan, il trombettista bianco prova, da leader, a cantare seguendo le linee timbrico-melodiche del suo strumento in una serie di celebri standard di argentea rarefazione cool, come dimostra egregiamente il primo album, gli anni del ritorno e della maturità sono contrassegnati sia alla voce e alla tromba (tavolta flicorno) – da una vena lirica ancor più intensa e poetica, qui risaltata benissimo anche dall’accompagnamento essenziale di batteria, contrabbasso e vibrafono. In mezzo ci sta quello che per molti risulta il più brutto album jazz di un grande solista, nell’originale però attribuito ai Mariachi Brass: di fatto Chet Baker cerca qui di rincorrere, tra latin jazz e easy listening, il successo alla Herb Alpert, all’epoca di moda col sound messicaneggiante.

 

Count Basie, Atomic Mr. Basie (Roulette) 1957 + Count Basie & Arthur Prysock, Arthur Prysock / Count Basie (Verve) 1966 + Count Basie & Zoot Sims, Basie and Zoot (Pablo) 1975.

Come altri capiorchestra swing, dopo la buriana bebop, anche il Conte torna a vivere una seconda e terza giovinezza documentata anzitutto da Atomic Mr. Basie, forse il disco più bello della rinascita della big band del pianista: vecchi e nuovi (David Newman, Jo Jones, Frank Foster) solisti nel segno del blues, dello swing e di Kansas City, con l’energia del nuovo mainstream. Non è poi un mistero che il Conte prediliga i cantanti maschi, spesso parte integrante dell’orchestra, ma in Arthur Prysock / Count Basie quest’incontro con il baritonale jazz singer (già soul man) è un po’ sui generis. Meglio allora dedicarsi a Basie and Zoot, dove la splendida vecchiaia del Conte in quartetto con un ex del cool, ora semplicemente grande solista moderno. Ottimo l’accompagnamento (John Heard e Louis Bellson), con lo zampino del produttore Norman Granz.

 

Ornette Coleman, The Skies of America (Columbia) 1971 + Ornette Coleman In All Languages, (Caravan of Dreams) 1987 + Ornette Coleman & Joachim Kuhn, Colors (Harmolodic/Verve) 1996.

Per capire come l’inventore del free jazz sia andato musicalmente sempre avanti, persino oltre il free medesimo, bastano forse tre dischi. The Kkies of America è forse l’opera più complessa del polistrumentista divenuto ‘compositore’: Ornette qui scrive e dirige una partitura per orchestra dagli echi third stream, ma in profonda singolare negritudine. In All Languages è invece confronto dialettico tra i tanti modi di fare musica del geniale artista, facendo i conti con il proprio recente trascorso: da una parte i brani con il riesumato storico quartetto free degli anni Sessanta, dall’altra gli stessi reinterpretati dal gruppo armolodico o free-funk in stile Seventies. Non mancano per Ornette Coleman gli incontri con musicisti in apparenza inconciliabili con lui, come ad esempio Pat Metheny l’anno prima. Ma Colors, (con Joachim Kuhn), è un live dove l’alto sax dispensa la sua arte a piene mani assecondato e supportato dal pianismo del tedesco: nella non facile arte del duo e su una base free i due sintetizzano diversi linguaggi, talvolta con sprazzi romantici.

 

John Coltrane, Giant Steps (Atlantic) 1959 + John Coltrane Afro Blue Impressions (Pablo) 1963 + John Coltrane, Ascension (Impulse) 1965.

Per intuire i passi da giganti compiuti dal tenorista bastano forse questi tre album. E forse proprio Giant Steps resta la prima vera compiuta opera coltraniana. Il saxman in quartetto lascia ormai alle spalle l’hard bop e si proietta verso un modalismo che già prelude ad un’ennesima svolta artistica, che di fatto avviene, prima che sui dischi in studio, già dal vivo in concerti come quelli immortalati in Afro Blue Impressions, perché, anche se postuma, questa session live risulta importantissima per offrire tanto l’immagine del Trane concertista spasmodico quanto l’idea geniale dell’improvvisatore assoluto, in un climax di fortissima tensione emotiva. Non pago delle ricerche modali, con Ascension, due soli anni dopo, avviene persino la svolta free: il leader, circondato da nuovi giovani musicisti, arriva alla new thing ed è subito capolavoro. Un inno mistico con una quasi big band alle soglie del rumore, ma alla ricerca della purezza del suono e dell’anima.

 

Miles Davis, Bird of the Cool (Capitol) 1949-50 + Miles Davis, Porgy and Bess (Columbia) 1958 + Miles Davis Live at the Plugged Nickel (Columbia) 1965.

Per rendersi conto di quale musica genialmente inventa Miles Davis ogni sei-sette-otto anni basterebbe forse un assaggio di questi tre album: nel primo – complice Gil Evans – c’è in nuce il cool jazz; nel secondo torna ancora il canadese ad arrangiare splendidamente per sola tromba e orchestra la maggior opera americana; nel terzo infine il trombettista dal vivo sperimenta direttamente le possibilità dell’improvvisazione (modale, hard bop, quasi free, senza dirlo o volerlo). Dunque, con Bird of the Cool, ecco le prime storiche incisioni a nome del giovane trombettista: una svolta epocale per idee, arrangiamenti, sonorità, freschezza, pulizia formale, freddezza esecutiva. Con Porgy and Bess, 1958 il melodramma di George Gershwin viene rivisto e arrangiato da Evans in maniera tranquilla e levigata: compassatamente gli assolo senza vibrato di Miles fanno il resto (e la differenza). In Live at the Plugged Nickel si percepisce il miglior quintetto davisiano per compattezza e longevità in un album in concerto, dove il sound compatto su original e standard viaggia molto alto: Wayne Shorter, Herbie Hancock, Ron Carter, Tony Williams e Miles eccezionali.

 

DUKE ELLINGTON, The Blanton-Webster Band (RCA) 1940-1942 + DUKE ELLINGTON, At Newport (Columbia) 1956 + DUKE ELLINGTON, The Ellington Suites (Pablo)1959-72

Ci sono tanti Ellington non solo per quanto riguarda un’evoluzione stilistica che copre oltre mezzo secolo di ininterrotta attività professionale. Ma esistono anche tanti Duke dediti alle molteplici possibilità offerte dalla jazz music. Ecco quindi il Duca classico a dirigere e scrivere per la big band con la quale registra autentici capolavori: The Blanton-Webster Band è il cd antologico dove si ascolta la grande orchestra in cui militano il bassista Jimmy Blanton e il tenorista Ben Webster: per molti la quintessenza dell’arte ellingtoniana e un manifesto di ideale negritudine. At Newport vede l’autorevolezza dell’esibizione live: questo poi è anche l’album della rinascita della big band, quando dal vivo, durante il celebre festival, si riscopre che il Duca è ancora il più grande: un assolo del sax Paul Gonsalves resta memorabile. Infine The Ellington Suites è una raccolta di brani di ampio respiro, dalla Queen’s Suite alla Uwis Suite, in cui il leader tenta un approccio più classico e serioso alla musica afroamericana, con risultati come sempre fascinosi.

 

Duke Ellington e Johnny Hodges, Side by Side (Verve) 1958-59 + Duke Ellington, Second Sacred Concert (Prestige) 1968 + Duke Ellington & Ray Brown,This One’s for Blanton (Pablo) 1972

Il Duca è una miniera d’oro discograficamente parlando; anche gli ultimi quindici anni di vita, che molti giudicano in calando sul piano artistico, sono in realtà densissimi di positive sorprese, tra small combo, concerti sacri, tributi più o meno autoreferenziali. Assieme all’altista Johnny Hodges, Ellington, sul finire dei Fifties, firma Side by Side, che rappresenta la condivisione di due album (l’altro è Back to Back) con il suo saxman di fiducia, ed è occasione per Duke di suonare quasi in jam session in piccole formazioni con Roy Eldridge, Ben Webster, Harry Edison e tanti altri bravi musicisti. Circa dieci anni dopo grazie al Second Sacred Concert, dal vivo, il pianista, compositore, band leader conferma il proprio apporto jazzistico alla musica liturgica: suonato nella Grace Cathedral di San Francisco, questo secondo concerto sacro ellingtoniano denota un notevole sforzo autoriale, senza rinunciare alle intrinseche prerogative afroamericane. Infine This One’s for Blanton, il Duca è in duo, per la prima volta dopo oltre trent’anni dalle fenomenali registrazioni con Jimmy Blanton, il quale viene qui omaggiato assieme a un contrabbassista moderno eccezionale, a dimostrazione delle indubbie qualità solistiche di entrambi, nonché dell’apertura mentale verso sempre nuove soluzioni.

 

Stan Getz, Anniversary, 1987 + Stan Getz & João Gilberto, Getz/Gilberto, 1964 + Stan Getz & Luiz Bonfa, Jazz Samba Encore, 1963

Straordinario improvvisatore al sax tenore vale la pena di riascoltarlo, andando a ritroso con i dischi, inziando con un album che lo ritrae, esattamente trent’anni fa, quale jazzista di sintesi, in bilico fra passato e presente, mentre saltando indietro di oltre un ventennio si trova il grande protagonista della bossa nova o samba jazz come viene anche chiamato. Dunque lo Stan Getz di Anniversary regala quasi un riassunto magistrale della propria carriera jazzistica: qui il tenorista bianco propone un solismo impeccabile, con il sostegno di una ritmica eccellente (Kenny Barron, Rufus Reid, Nash Lewis) all’insegna di un avanzatissimo mainstream. Se invece si vuole restare sui ‘classici’ del jazz (e del Novecento) è capolavoro della bossa nova: Getz/Gilberto sigla l’incontro fra il bianco statunitense e il chitarrista brasilero, con l’aggiunta del pianista e compositore Antonio Carlos Jobim, in un album ancor oggi attuale, suadente e raffinato. Ma già in Jazz Samba Encore, pochi mesi prima dell’exploit commerciale con l’album assieme a Gilberto, il tenorista flirta comunque con il Brasile, registrando assieme a un altro protagonista del giovane sound carioca.

 

Herbie Hancock, Maiden Voyage (Blue Note) 1965 + Herbie Hancock, Headhunters (CBS) 1973 + Herbie Hancock & Foday Musa Suso, Village Life (CBS) 1985

Tre momenti, scanditi nell’arco di un ventennio, in cui il tastierista ogni volta reinventa se stesso. Maiden Voyage resta uno dei più bei dischi di jazz modale di un pianista all’epoca nel gruppo di Miles, del quale ripete quasi in toto il celebre quintetto, con Freddie Hubbard al posto di Davis. Headhunters segna invece la svolta elettrica commerciale, con un disco che darà il nome ad un gruppo specializzato appunto in un jazzrock molto ballabile e funkeggiante, con lunghi brani ipnotici. Village Life cofirmato assieme all’africano Foday Musa Suso vede un Hancock che va ben oltre il jazzrock, tentando esperimenti ante litteram di world jazz elettronico dal forte sapore ipnotico con un griot del Gambia che suona la kora.

 

Keith Jarrett, Expectations, 1971+ Keith Jarrett. Gary Peacock, Jack DeJohnette, Bye Bye Blackbird (ECM) + 1991 Keith Jarrett & CHARLIE HADEN, Last Dance (ecm) 2014

Il geniale scorbutico pianista di Allentown in tre momenti diversi di una carriera straordinaria che fotografano un evolversi senza fine di una musica che resta comunque personale e riconoscibilissima anche quando tra un disco e l’altro intercorrono vent’anni o più. Con Expectations si ha innanzitutto la summa del primo Jarrett, con un jazz post-free di sintesi tra gospel, rock, latin, modale, hard bop; il tastierista qui lavora in sestetto con Dewey Redman, Sam Brown, Charlie Haden, Paul Motian, Airto Moreira più fiati e archi. Bye Bye Blackbird è invece l’omaggio al Miles Davis modale con il cosiddetto Standards Trio, il piano jazz combo forse più affiatato, uno dei migliori di tutti i tempi: perfetto interplay tra Jarrett, Peacock (contrabasso) e DeJohnette (batteria), virtuosistici fino alla perfezione. Infine in Last Dance, il pianista ritrova, sempre al contrabbasso, il vecchio compagno di tante avventure: e con lui (poco prima che mancasse) registra in casa, dopo Jasmine, questo seguito sempre all’insegna di un jazz cameristico e per molti versi crepuscolare.

 

Charles Mingus, Pithecanthopus Erectus (Atlantic) 1956 + Charles Mingus, Tijuana Moods (RCA) 1957 + Charles Mingus, Oh Yeah (Atlantic) 1961

Il decennio che va grosso modo dal 1955 al 1965 vede l’ascesa del contrabbassista quale geniale innovatore: band leader, composer e talent scout Charles Mingus registra in quegli anni dischi memorabili, autentici capolavori di tutto il XX secolo. Tre in particolare meritano un ascolto attentissimo: Pithecanthopus Erectus vede in azione un quintetto che sembra un’orchestra grazie all’intelligenza compositiva della lunga suite che dà il titolo all’intero album. Da non trascurare anche gli altri brani, per farsi un’idea dell’approccio di Mingus alla musica in ottica multiculturale. Tijuana Moods è invece un tributo sui generis alla cultura ispanoamericana, da parte del gruppo del contrabbassista che unisce colori espressionisti a foga jazzistica, con l’abilità del sommo orchestratore. Oh Yeah infine risulta forse l’album più ‘sporco’ di un musicista grandissimo, in cui i solisti (Roland Kirk, Booker Ervin, Jimmy Knepper) paiono gridare, quasi rappare, spingendosi verso il free e al contempo guardando alle radici blues.

 

TheloniOus Monk, Genius of Modern Music (Blue Note) 1947-52 + TheloniOus Monk, Monk (Prestige) 1953-1954 + TheloniOus Monk, Thelonious Alone in San Francisco (Riverside) 1959

Sono moltissimi gli album che possono rappresentare al meglio l’originalità del pianista di RockyMount (1917-1982), ma questi tre consentono di intuire come si sono sviluppate le intuizioni di un artista geniale, visionario, in fondo consapevole della propria ricerca interiore. C’è anzitutto Genius of Modern Music, una sorta di antologia di 78 giri con Thelonius Monk a effettuare le prime sedute moderne per la nota label newyorchese (nata in realtà con il boogie e il dixieland) in cui il pianista funge da leader e titolare, con una schiera di agguerriti boppers che gli sono fedeli e vicini nelle personalissime sonorità. Monk è un disco dove agiscono due diversi quintetti, sancendo la riscoperta del pianista nero, che, dimenticato durante il cool jazz, ma che qui torna alla grande e anticipa il nascente hard bop con asprezze stilistiche ineguagliabili. Infine Thelonious Alone in San Francisco il jazzman rinuncia – come farà sempre, saltuariamente – a ogni collaboratore: e per molti studiosi il vero Monk è qui, a tu per tu con la tastiera; in effetti per meglio gustare le composizioni originali o le versatili parafrasi di celebri standard questo (come altri dischi) in solo è formidabile.

 

Gerry Mulligan & CHET BAKER, The Complete Pacific Jazz Recordings of Gerry Mulligan Quartet (Pacific) 1952-57 + Gerry Mulligan, Pleyel Concerts (Vogue)1954 + Gerry Mulligan & Enrico Intra, Gerry Mulligan meets Enrico Intra (Produttori Associati)1975

Il grande baritonista newyorchese – spesso erroneamente associato ai californiani, forse per via del cool jazz – dà il meglio di sé lungo gli anni Cinquanta, diventando il simbolo del jazzman bianco un po’ hipster e un po’ beatnik, senza mai esagerare, anche grazie a un sound tranquillo, rilassato, fresco, come indica la parola ‘cool’ tanto di moda in quegli anni e anche oltre. Per ascoltare dunque un grande Mulligan si può iniziare con Quartets with Chet Baker, antologia di singoli, dove trionfa il suo pianoless quartet, ovvero un gruppo senza il sostegno del pianoforte, ma dove i solisti (tromba e baritono) intrecciano polifonie e improvvisazioni col solo aiuto di basso e batteria. Geniale e raffinato, tipicamente cool. Dal vivo il coevo Pleyel Concerts resta un altro splendido esempio di pianoless, da vari recital a Parigi, ma Baker è sostituito dal trombonista Bob Brookmeyer e le atmosfere si fanno al contempo più sciolte e più grintose. Vent’anni dopo con Gerry Mulligan meets Enrico Intra si entra nel periodo maggiormente difficile della storia jazzistica per gli ex giovani bianchi, e anche il baritonista in crisi di pubblico si fa tentare dal rock o dal tango, ma in quest’album ‘italiano’ con il coleader pianista – e Giancarlo Barigozzi, Sergio Farina, Pino Presti, Tullio De Piscopo – il sound torna verso un mainstream perenne quasi sospeso nel tempo, benché molto attuale nei risultati espressivi.

 

Charlie Parker, Charlie Parker On Verve (Verve) 1946-54 + Charlie Parker, Bird at the Roost. The Savoy Sessions (Arista) 1948 + Charlie Parker (The QUINTET), The Greatest Jazz Concert Ever (Concord) 1953

Il Bird, pur coltivando un’attività discografica cronologicamente ristretta a un solo decennio (grosso modo tra il 1944 e il 1954), ha prodotto decine di capolavori, in cui i tre minuti di un solo brano inciso valgono qualitativamente interi long playing dei molti epigoni. Per capire il genio e le contraddizione dell’altosassofonista si può cominciare ascoltando Charlie Parker On Verve una verace antologia che spazia cronologicamente, quasi per intero, sull’effettiva carriera artistico-professionale, fino a comprendere alcuni brani con sezioni d’archi (dall’album Parker With Strings) che curiosamente l’autore, stanbdo ale interviste, predilige più di ogni altra cosa. Con Bird at the Roost. The Savoy Sessions, anche dal vivo nel celebre jazz club newyorchese, con la formazione congeniale del quintetto bebop, l’altista mostra le unghie, improvvisando sui temi da lui creati sulle parafrasi di celebri standards. Per concludere, The Greatest Jazz Concert Ever per alcuni jazzologici viene ritenuto la summa, da altri, invece, il canto del cigno del cosiddetto bebop, in ogni caso è senza dubbio la formazione ideale dell’epoca stessa (ormai, comunque, al tramonto). Album noto anche come Jazz at Massey Hall (locale di Toronto) o a nome di The Quintet, ovvero, oltre Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell, Charles Mingus, Max Roach.

 

Max Roach, Percussion Bitter Sweet, (Impulse) 1961 + Max Roach, Drums Unlimited (Atlantic) 1966 + Max Roach, To the Max! (Enja) 1990-91

È sicuramente il batterista che, assieme al quasi coetaneo Art Blakey, incarna la quintessenza del drummer che è anche leader, compositore, talent scout. Mentre però Blakey si limita a rinverdire la poetica hard bop, Max Roach è un autentico agitatore (anche ideologico) grazie ad alcuni concept album, che tra gli anni Sessanta e Novanta, ribadiscono il problema della negritudine. Infatti il Roach di Percussion Bitter Wweet, dopo la Freedom Now Suite dell’anno prima,licenzia un altro similare concept-album per un jazz impegnato o politico, ferma restando la piena musicalità dell’esito generale, con nuovi moderni solisti (Eric Dolphy, Clifford Jordan, Mal Waldron). Un lustro dopo, Drums Unlimited risulta un altro progetto unitario che vede alternarsi tre pezzi per sola batteria ed altrettanti per un dinamico sestetto; resta di fatto un prezioso tributo alla storia della percussione afroamericana. Passa addirittura un quarto di secolo e To the Max! si presenta come un doppio CD, dal vivo e in studio, simboleggiando un doveroso omaggio alla recente carriera del jazzman, il quale suona la batteria, compone balletti, scrive opere dal respiro classico, organizza sedute per sole percussioni, lavora anche con la sua solita band, qui arricchita da ospiti e archi.

 

Sonny Rollins, The Freedom Suite (Riverside)1957 + Sonny Rollins, East Broadway Rundown (Impulse!) + Sonny Rollins, Easy Living (Prestige) 1977

Nell’arco di vent’anni, pur non avendo la stessa evoluzione artistica di un Miles Davis o di un Ornette Coleman, Sonny Rollins incide profondamente nel cammina della storia del jazz con una propria visione sia del sax tenore sia nella musica d’insieme come dimostrano questi tre grandi album incisi quasi a dieci anni di distanza l’uno dall’alto. Si comincia con The Freedom Suite che resta il primo manifesto del jazz politico, ma, al di là del titolo, è in sostanza una lunga improvvisazione su un’unica facciata del disco originario, che permette a Rollins di evidenziare al tenore un potente sassofonismo, già oltre l’hard bop. Si prosegue con East Broadway Rundown (Impulse!) che, dopo alti e basi, segna l’ennesimo ritorno in scena che si esterna con scelte difficili e talvolta contraddittorie: incerto se abbracciare il free, Sonny alla fine preferisce dar sfogo all’istinto di improvvisatore, mirabilmente proteso a diventare l’alter ego di Coltrane. E si arriva a Easy Living dopo l’’ennesimo e definitivo ritorno sulle scene dei primi Seventies, che è stavolta inizialmente dettato dall’avvicinamento alle formule jazzrock: ma davanti alla ritmica giovanilista sovrasta come sempre la torrenziale voce del sax tenore.

 

ART TATUM, The Standard Sessions (Universe) 1935-1943 + ART TATUM, Group Masterpieces (Pablo) 1954-1956 + ART TATUM, Lionel Hampton, Buddy Rich, The Lionel Hampton Art Tatum Buddy Rich Trio (Poll Winners Records) 1955

Per molti Art Tatum resta ancora il più grande pianista jazz di tutti i tempi; ma rimane comunque difficile stilare una graduatoria, anche dopo l’ascolto ripetuto di tanti dischi. Forse, al proposito, Morton, Hines, Ellington, Powell, Monk, Evans, Peterson, Jarrett avrebbero qualcosa da dire. Tuttavia, lasciando ai posteri l’ardua sentenza, ecco tre album, dove poter ammirare la bellezza del suono di un piano-jazz-man assolutamente unico. Con l’antologia The Standard Sessions innanzitutto il grande Tatum è già tutto qui: in piena swing craze, al piano solo, si concentra a lavorare su normali canzonette fino a renderle irriconoscibili grazie a variazioni ricchissime, con la tecnica di un solista classico. Group Masterpieces è invece la raccolta della maturità che riguarda le collaborazioni in trio e quartetto con grandi musicisti: Tatum divide onore e gloria con Benny Carter, Roy Eldridge, Lionel Hampton, Buddy DeFranco, Ben Webster e tanti altri. Infine The Lionel Hampton Art Tatum Buddy Rich Trio risulta l’insolito esperimento del pianista a fine carriera, che dialoga con il vibrafono e la batteria di altri due maestri all’insegna di uno swing perenne.

 

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