What happened, Miss Simone, di Alan Light (Il Saggiatore, 2016)

What happened, Miss Simone? si apre in media res, con l’artista impegnata a stregare il pubblico dell’Harlem Renaissance Festival nel 1969, in quella serie di concerti che giustamente è stata consegnata alla storia come la Black Woodstock. Quello è stato l’apice di Nina Simone come artista impegnata con le sue parole a sostegno del fronte caldo dei diritti civili.

Durante quel concerto cambiò i connotati alla canzone Revolution dei Beatles, trasformando una riflessione sulle rivolte giovanili del ’68 in una dura requisitoria sulla condizione nera. Una rivoluzione pensata (quella di Lennon/McCartney) diventa nelle sue mani una rivoluzione vissuta. Nina Simone è stata per anni una bandiera delle donne nere in America: con la sua voce e il suo pianoforte ha raccontato e mescolato due atroci discriminazioni: quella di razza e quella di genere (Four Women). Ovviamente il libro racconta gli esordi caratterizzati dal sogno di diventare una grande pianista classica, quasi subito frustrato dalla società dell’epoca e il riscatto avvenuto a suon di jazz, gospel, blues e soul fino al trionfo pop con il successo planetario di My Baby Just Cares for Me, un brano che ha riportato indietro le lancette del tempo e che in qualche modo non rende giustizia a tutto il percorso –spesso tormentato- svolto dall’artista. Un riconoscimento che però le è arrivato da illustri colleghi come David Bowie e Elton John. Alan Light (critico musicale perRolling Stone) scrive tutto questo e molto altro barcamenandosi tra amori difficili, fughe in Africa, un rapporto complesso con la madre replicato in uno altrettanto difficile con la figlia, la malattia (prima mentale e poi fisica), l’irrequietezza esistenziale…Il tutto senza mai scivolare nel cattivo gusto o nel dettaglio a effetto. What happened, Miss Simone? è la storia di una bambina nera di talento del Sud che solo grazie alla forza di volontà riesce a diventare Nina Simone e a cantare la maledizione della sua terra in Mississippi Goddam. “Sembrava stesse cantando un gospel, mentre in realtà stava maledicendo il sistema”, si legge nel libro di Light. Mississippi Goddam Esce nel 1964 quando le canzoni di protesta nere sono rare, come la timida A change is gonna come di Sam Cooke o l’amara e intensa Alabama di John Coltrane. In quegli anni Nina Simone è il simbolo dell’artista impegnato: nel 1966 passa alla pettinatura afro, prima di James Brown, l’atra grande icona culturale per gli afroamericani.

Nel febbraio del 1968 si tenne la festa di compleanno di Huey P. Newton, il cofondatore del Black Panther Party (arrestato con l’accusa di omicidio) alla sports Arena di Los Angeles. In quel contesto venne annunciata la fusione tra BP e SNCC, durata poco. Tra gli oratori figuravano Rap Brown, Stokely Carmichael e Bobby Seale. Non parlò nemmeno una donna. “Fu la voce di Nina a conferire a quella festa un’aura di trascendenza storica”, scrisse l’attivista Angela Davis, tra gli organizzatori dell’evento. (p.144). In seguito Nina Simone, forse travolta dalle proprie vicissitudini personali, smussò di molto l’impegno sociale, anche in considerazione di una caduta generale della conflittualità, ma fino all’ultimo fu una voce pura dell’anticonformismo artistico, spesso anche in contrapposizione al suo pubblico e con il mercato discografico, odiato incessantemente per lo sfruttamento indebito fatto delle sue performance dal vivo. Nina Simone: Young Gifted And Black, come la canzone, cantata centinaia di volte.

 

 

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