Intervista a Filippo Vignato

Su Magazzino jazz non sono mai state pubblicate interviste, ma c’è sempre una prima volta, grazie a Guido Michelone e a Filippo Vignato che ha risposto alle sue domande. 

Breve intervista a Filippo Vignato

di Guido Michelone

 

A Filippo Vignato, fresco vincitore del Referendum sui nuovi talenti (per un noto mensile di musica), abbiamo presentato una sorta di Questionario di Proust, ovvero una serie di brevi veloci domande a cui rispondere altrettanto sinteticamente, per conoscere l’uomo e l’artista.

 

Così, a bruciapelo chi è Filippo Vignato?

Un sognatore e un ottimista.

Mi racconti ora il primo ricordo che hai della musica?

In braccio a mio padre a 3-4 anni tentando con un certo successo di emettere un qualche suono dal suo trombone.

 

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare un musicista jazz?

Non ci sono motivi specifici, è stata una cosa molto naturale, più basata sulle sensazioni che non su una decisione presa a priori. Il fatto di essere cresciuto in una famiglia dove la musica è di casa ha sicuramente contribuito molto.

 

E in particolare un trombonista jazz?

Il trombone era uno degli strumenti che si trovavano in casa e io ne fui irrimediabilmente attratto. L’improvvisazione è sempre stata un gioco per me fin dall’inizio, ovviamente accanto a studi musicali più classici, e in casa si ascoltavano molti dischi di jazz dalla nutrita collezione paterna. Tutto questo a contribuito ad innamorarmi del trombone e di questa musica.

 

Ma cos’è per te il jazz?

E’ una tensione verso la libertà e verso l’inconscio. E’ un modo per potersi avvicinare ai lati più profondi ed intangibili dell’essere umano.

 

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al tuo jazz?

Empatia e ascolto. Fiducia e libertà. Suono e contrasto.

 

Tra i dischi che hai fatto (anche per altri) ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

Decisamente Plastic Breath, uscito lo scorso settembre, che è il mio primo disco da leader. Il rapporto musicale ed umano che si è instaurato con Yannick Lestra e Attila Gyarfas, rispettivamente al fender rhodes ed alla batteria, è di grande fiducia, amicizia ed empatia: credo che nel disco si possa percepire proprio questo.

 

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull’isola deserta?

Purity di Albert Mangelsdorff. E’ un disco di trombone solo del 1990.

 

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?

Credo che ogni disco ascoltato, ogni libro letto, ogni persona incontrata sia un’occasione irripetibile di crescita ed arricchimento, direttamente o indirettamente. Non ho dei riferimenti ‘assoluti’.

 

E i trombonisti che ti hanno maggiormente influenzato?

Moltissimi: Albert Mangelsdorff, Ray Anderson, Roswell Rudd, J.J. Johnson, George Lewis, Robin Eubanks, Glenn Ferris, solo per citarne alcuni.

 

Cosa stai progettando a livello musicale per limmediato futuro?

Nei prossimi mesi porterò in giro per l’Italia e per l’Europa il mio trio con Yannick Lestra e Attila Gyarfas ed al contempo mi dedicherò alle numerose collaborazioni da sideman, che considero un lato molto importante della mia attività artistica.

 

E a quando un tuo nuovo CD?

Verso la fine dell’anno forse uscirà un nuovo disco a mio nome ma è ancora presto per dire di più.

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