Il nuovo libro di Ashley Kahn

Ashley Kahn, Il rumore dell’anima, Il saggiatore, 2017

Giornalista, critico e produttore musicale, collaboratore di testate quali il New York Times e Rolling Stone.  Ormai da qualche anno, ogni nuovo libro di Ashley Kahn  è un evento letterario (e lo sono stati i titoli precedenti: A Love Supreme, The House That Trane Built e Kind of Blue).

Il rumore dell’anima raccoglie anni di scritti “ecumenici” sulla musica: jazz, folk, blues, soul…John Lennon, George Harrison ed Eric ClaptonNina Simone, i Ladysmith Black MambazoB.B. King, Robert Plant. Tanti generi sono mescolati e rappresentati, specialmente la black music con nomi non troppo letti (e ascoltati) nel nostro Paese: Professor Longhair, Al Green, Mavis Staples, The Meters, Isaac Hayes, Teddy Pendergrass, Allen Toussaint… e ancora fughe d’amore tardive verso il blues rock di Stevie Ray Vaughan. A parte  si trova anche un florilegio di interviste a produttori, discografici, fotografi… tutti quelli che hanno fatto grande il jazz rimanendo dietro le quinte. Ovviamente in questi scritti -che vanno dalle note di copertina per i dischi a recensione e interviste- è presente tanto jazz: molto Miles, Bill Evans, Billie Holiday. Ma i nomi sono davvero tanti, troppi per darne conto. In questo libro sono condensati tutti gli anni di lavoro di Kahn e la parallela evoluzione della storia del jazz degli ultimi tre-quattro decenni: questo aspetto è  evidente  nelle pagine dedicate a John Coltrane, che si soffermano sulle riedizioni complete dei dischi storici e da ultimo sul “capolavoro ritrovato”, il live alla Temple University. Il libro di Kahn è anche un mini-trattato sul lavoro dello scrittore infaticabile di cose musicali e tra le pagine più pregiate del libro si trovano quelle dove fa capolino la storia personale dell’autore. Ne scelgo una sugli anni Sessanta:

Da giovane sballone dalla mentalità zen concentrata sull’arte origamica dell’ottenimento dello spinello perfetto, ero incantato dalle dicerie degli anni Sessanta, dalle cose che leggevo sugli acid tests, sull’occupazione delle università e sull’amore libero (una logora copia del libro fotografico The Sixties di Rolling Stone era una delle mie letture preferite e un’ispirazione in tal senso). Come molti miei coetanei, quanto meno su un piano culturale, avevo gli occhi costantemente puntati sullo specchietto retrovisore.  

Mi trovo in profonda consonanza con questa riflessione, avendo vissuto una simile esperienza con un numero speciale della rivista Rockstar dedicato al ’68. Avevo quindici anni e quel numero l’ho consumato. Come a dire: quando l’autobiografia racconta di sé spesso narra anche lo spirito dei tempi collettivo. E visto che siamo in tema di Zeitgeist, come definivano gli storici tedeschi il tema (lo spirito) predominante di una cultura in un dato arco temporale, chiudiamo con una riflessione dolce-amara su quanto è rimasto oggi di un’epoca lontana fatta di tanta utopia (e anche di buona musica):

Lo spirito degli anni Sessanta pare essere stato poco più di un piacevole, fugace flirt e di un idilliaco sogno ad occhi aperti. Chi porta più i capelli lunghi? I venerdì in ufficio con abiti casual e tatuaggi abilmente nascosti sono forse le dimesse vestigia di tutto il libero vivere e il libero pensiero di quarant’anni fa. 

Speriamo che in alternativa sotto le ceneri stia covando lo spirito di un nuovo momento di utopia, di pensiero libero, di voglia di cambiare le cose. Il mondo ne ha bisogno e la musica, nel caso, può fare da quinta colonna (sonora).

 

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