Un’altra musica, quella del libro di Matteo Ceschi

Matteo Ceschi, Un’altra musica, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2018

Ah, la canzone di protesta! Tema che risorge come l’araba fenice in questo anno di rievocazioni, a cinquant’anni dal 1968. In realtà l’autore dimostra con esempi concreti quanto la pratica della musica ribelle covi sempre sotto le ceneri, in attesa che una improvvisa esplosione di rabbia o di indignazione porti qualcuno su un palco a diventarne cantore. Spesso si sono liquidati i cantanti che interpretano un brano impegnato come marchettari in cerca di facili consensi, ma che ne è allora dell’urgenza espressiva? Quella che ha provato ad esempio Richie Havens, testimone dal palco del clima di Woodstock. Ecco che, senza essere preventivata, nasce una canzone di protesta, dalle note di Motherless child: “Avevo già eseguito tutte le canzoni che conoscevo…e la parola Freedom, libertà, mi è sbocciata in bocca, per il semplice fatto che era lì di fronte a me” (p. 25). Il tema si potrebbe prestare a facili declinazioni, ma Ceschi evita i luoghi comuni, prende tre canzoni modello e ne squaderna l’importanza storica. Le tre canzoni scelte: This Land is Your Land, nata dalla penna di Woody Guthrie come controcanto a God Bless America di Irving Berlin; ovviamente -ma non poteva mancare- Blowin’ in the Wind di Bob Dylan e ancora Kick Out the Jams degli MC5. Ceschi segue le tre canzoni nella fortuna presso i contemporanei e nelle versioni successive di altri, conscio che i brani di protesta hanno una vita propria, spesso al di là della volontà dell’autore (è il caso di Dylan) o del tempo che fugge e porta nuovi significati per nuove battaglie. Il libro diventa una storia dei corsi e ricorsi storici della musica e tra la pagine andiamo avanti e indietro nel tempo, dai folksinger di ieri a Bruce Springsteen, ai Rage Against The Machine, all’hip hop.

Nel primo capitolo, Che cos’è una canzone di protesta? l’autore svolge varie considerazioni sull’archetipo della musica di protesta e alcune interessanti pagine vanno alla versione hendrixiana del “testo bifronte” Star Spangled Banner: da un lato inno patriottico, dall’altro urlo di protesta. Il genio di Hendrix ha saputo tenere insieme i due significati e sua è l’immagine di chiusura degli anni Sessanta, quando nell’alba livida di una Woodstock che si sta svuotando per correre a entrare nell’immortalità del film generazionale, strazia l’inno fino al punto di rottura…o quasi.

 

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