L’impresa caotica del jazz

Erika Leonardi, Impresa & Jazz, Guerini Next 2018

Antonio Marangolo, Wayne Shorter e il jazz incerto, Mimesis Edizioni 2018

Due libri di recente uscita, apparentemente distanti tra loro sotto vari punti di vista, mettono in relazione il jazz alla vita quotidiana. Erika Leonardi con Impresa & Jazz cerca di portare la “cassetta degli attrezzi del jazzista” tra le opzioni possibili per il lavoro di gruppo. Se il parallelismo musica-impresa parte dalla classica, che rappresenta “l’agire guidato” (sintetizzando:dal direttore verso l’orchestra),  il jazz incarna quello “flessibile”. Questa musica porta in dote ai manager (o in generale a chi lavora in team) altre doti: senso del tempo, capacità di improvvisare e di valorizzare ora il gruppo ora la propria individualità. A pelle una simile proposta può innescare reazioni di rigetto: meglio lasciare l’arte nel suo empireo. Riflettendoci sopra invece si può fare un ragionamento più sottile: se il jazz ha la forza libertaria che gli viene universalmente attribuita e riesce a dispiegarla anche nel contesto non sempre semplice del lavoro contemporaneo, meglio per tutti. Il musicista e teorico dei sistemi organizzativi americano Frank J. Barrett in Disordine armonico. Leadership e jazz ( tradotto da Egea nel 2013) ha già spiegato cosa il jazz può dare a manager e dirigenti in termini di capacità “di invenzione” e di “adattamento”. A naso ho l’impressione che in Italia invece domini l’azienda piccola, a conduzione semi-famigliare con il capo che è un padre-padrone (o addirittura è il figlio del padrone) o con un individuo che deve tutto a rapporti di vassallaggio (verso l’alto) e si comporta da paternalista o -peggio- da despota (verso il basso). Ben venga allora il lavoro di Leonardi che sviluppa il tema in Italia in contemporanea a Barrett, portando arte e metodo scientifico, usando il jazz come ingrediente piacevole per imparare tecniche che dal lavoro possono passare -tornando utili- alla vita privata. Raccontata così la vita potrebbe apparire governata dal caos. Così’ come può apparire la musica jazz, a una osservazione superficiale. Ed è proprio dai suoi “criteri di gestione” che possiamo trarre insegnamenti: il jazz diventa lezione di vita. (Leonardi, p. 118). Un secondo agile volumetto incrocia jazz e vita. Antonio Marangolo dimostra che la filosofia può anche usare le armi della grazia e della semplicità per ottenere risultati. Marangolo omaggia la figura di Wayne Shorter. Chissà quante volte questo sassofonista ha saputo navigare nel caos giovandosi dei “criteri di gestione” descritti da Leonardi. Lui, che ha suonato con i variamente bizzosi Art Blakey, Miles Davis e Joe Zawinul, che è stato un innovatore e ha calcato palchi per decenni, ma oggi, ottantenne, si presenta dal vivo con il suo quartetto scegliendo un approccio diverso: proponendo un “jazz incerto” dove deliberatamente rinuncia a governare il caos, lascia accadere cose, non dirige. Ebbene Pérez, Patitucci, Blade non sono stati per niente limitati in questa tendenza al “pieno” e alla tumultuosa vertigine di suoni che sono capaci di produrre come se fossero una rappresentazione del rutilante e frenetico mondo della comunicazione dei tempi nostri.  Nè pare che essi decidano mai di invitare il leader a unirsi al suono offrendogli una comoda e larga entrata, magari diminuendo il flusso sonoro per facilitargli l’inserimento. Ma Shorter, che vive quel momento con la stessa incertezza che attribuisce alla vita, trova sempre una piccola finestra dalla quale infilarsi in casa (Marangolo, p.46). Un libro di poche pagine, abbiamo detto: ma quanta capacità di raccontare l’arte, di dipingere una visione della musica. Marangolo suona lo stesso strumento di Shorter, eppure nel suo lavoro non usa le armi della tecnica per costruire il ragionamento, bensì sfrutta la dote dell’empatia. Nella stessa densissima pagina Marangolo ritorna alla performance del gruppo. Solo in improvvise occasioni il quartetto prende un tempo intellegibile e offre al pubblico il piacevole dono del ritmo. Ma ha senso suonare oggi “a tempo”? Cosa va a tempo oggi? E se ci va, quanto dura?  Che domande, ragazzi! Chiudiamo così: davanti a un jazz incerto diventiamo anche noi evasivi e non diamo risposte affrettate. Cerchiamo, ciascuno per proprio conto, lo spiraglio giusto per entrare.

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