Tornano i Perigeo in un libro di Luigi Onori

Luigi Onori, Perigeo. Una storia, Viterbo, Stampa Alternativa, 2019.

Tantissimi appassionati, come raccontano a più riprese i protagonisti nelle interviste contenute nel libro, hanno conservato un vivido ricordo dei Perigeo, uno dei gruppi pionieri del jazz-rock italiano, che ha goduto, in alcuni momenti della propria parabola artistica, di una notevole esposizione internazionale a fianco di gruppi come Soft Machine e Weather Report. Un gustoso aneddoto riportato nel volume racconta di quanto lo stesso Joe Zawinul, personaggio caratterialmente non semplice, vivesse con inquietudine il protagonismo di quello che era “solo” il gruppo spalla dei Weather Report, all’epoca all’apice della carriera durante un tour condotto assieme ai Perigeo. Il critico e saggista Luigi Onori, uno dei più autorevoli in Italia, racconta la storia del gruppo senza concedersi fronzoli, ripercorrendo la genesi artistica dei singoli componenti, Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Bruno Biriaco, Claudio Fasoli, di estrazione jazzistica e dello straniero (in tutti i sensi) Tony Sidney, di formazione classica ma rapidamente fuggito dal Conservatorio per dedicarsi al rock. Questi musicisti hanno sviluppato carriere fortunate negli anni successivi a quelli analizzati qui; ma Perigeo è rimasto nei loro cuori, come in quelli del pubblico. La scintilla scatenante fu per Giovanni Tommaso l’ascolto di Bitches Brew, il doppio album di Miles Davis, un contenitore di suoni che nel 1969 era deflagrato nel mondo del jazz come una bomba. Opportunamente Onori ricorda le divisioni, sia di pubblico sia a livello di critica, tra i fautori del nuovo e i tradizionalisti, legati a una purezza del jazz lontano dalle commistioni con il rock. Erano anche gli anni dell’autoriduzione e della musica gratuita per tutti, un argomento oggi sepolto sotto le ceneri del tempo, ma al tempo fonte di grandi contrasti ideologici che Luigi Onori sa restituire in maniera equilibrata. Merito del suo lavoro è soprattutto quello di rispolverare in maniera seria la storia del jazz italiano degli anni Settanta, oggi vittima di un oblio generalizzato. La chiusura del libro, ripescata da un articolo del Manifesto di cui Onori è uno storico collaboratore, è emblematica: «Gli anni Settanta non ritornano ma le loro tracce è importante che non vadano perse, tracce di un decennio centrale nella storia d’Italia a tutti i livelli, dalla politica alla musica ed alla sua diffusione. Chi si ricorda dell’ostracismo della critica jazz nei confronti del Perigeo? Che suonarono al Parco Lambro e in decine di altre manifestazioni sonore “movimentiste”?   Che nell’ultimo biennio di carriera tenevano 150 concerti l’anno e che una generazione è stata conquistata al jazz dalla loro musica audace e sperimentale?»

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