Dexter Gordon, il gigante felice

La vita del gigante buono del sassofono Dexter Gordon

articolo pubblicato da Alias de Il Manifesto

Prima lo sguardo si posa sugli arabeschi di fumo che si sciolgono sullo sfondo nero, poi si notano il cappello e il viso annoiato di Dexter Gordon durante le prove, il sassofono appoggiato alla gamba vicino alla mano con la sigaretta, lo sguardo trasognato. E’ una delle fotografie più celebri del jazz, scattata al Royal Roost di New York nel 1948. Quando fermò quel momento, il fotografo Herman Leonard aveva 25 anni, come Dexter Gordon. Leonard viveva nel Village e tutte le sere andava nei club a fotografare il bebop al suo acme: una musica suonata, raccontata e immortalata da giovani. Quello scatto coglie il jazz di quel momento storico, guarda un mondo filtrato da una cortina azzurra. Lo strumento e il corpo di Gordon si cullano nello stesso relax. La forza di quel ritratto, così classica, come un Eracle Farnese che si riposa, evoca la performance senza mostrarla, scatenando in sua vece la danza di volute grigie. Tanto era forte quell’immagine che decenni dopo averla scattata, Leonard, preoccupato dell’effetto che aveva sui giovani, volle eliminare con photoshop le spire di fumo, ma dovette retrocedere: privata di quel quadrante lo scatto perdeva significato. Si contentò di aggiungere una didascalia politically correct: «l’immagine non vuole incitare al consumo di tabacco». Un problema che Dexter non si poneva, posando per le copertine di dischi con sassofono e sigaretta, in egual misura.

In fondo questo è lo strano destino di Dexter Gordon: con i suoi quasi due metri di altezza e il sorriso sornione, incorniciato nel viso bohémien, oggi è ricordato più per le fotografie e il ruolo nel film Round Midnight (1986) di Bertrand Tavernier che per la musica. Eppure se prendiamo Our Man in Paris (1963), con in copertina il profilo di un Gordon fumante, vi sgorga tanta buona musica, con una delle ultime zampate di Bud Powell, pianista in quella storica seduta e modello del jazzista maledetto espatriato in Francia, tanto inseguito da Tavernier nel film. La vita sfortunata di Bud Powell, raccontata dall’amico francese Francis Paudras nel libro La danza degli infedeli (1986) ci consegna una delle testimonianze più vivide sulla vita di un musicista. Dexter Gordon visse da emigrato a Copenhagen, dove si stabilì nello stesso periodo Ben Webster (che girava l’Europa incessantemente, bevendo-suonando-bevendo in questo preciso ordine senza soluzione di continuità). Anche Lester Young, l’altro sassofonista modello per il film era giunto a Parigi, come un elefante morente in cerca del suo Père-Lachaise, per un ultimo disco prima di schiantare sotto il peso degli abusi. Il titolo della pellicola di Tavernier riprende la celebre composizione di Thelonious Monk e racconta questo incrocio di mitologie, tutte riassunte nella prova d’attore di Dexter Gordon, simbolo vivente di quei musicisti che per il jazz avevano combattuto una guerra sanguinosa e ne erano rimasti vittime. Nella biografia Sophisticated Giant, scritta dalla moglie nonché manager Maxine Gordon recentemente pubblicata da EDT/Siena Jazz (traduzione di Francesco Martinelli, pag.320, euro 22), il nostro rievoca spesso il suo arrivo in Europa, spiegando che finalmente qui poteva “respirare”, sentirsi “rispettato” come musicista jazz. Il libro racconta il perché di questa esigenza, dopo circa dieci anni passati dentro e fuori le celle californiane, prigioniero del sistema carcerario del suo Paese, non tenero verso un triplice peccatore come Dexter: nero, jazzista e drogato. Il confino europeo durò dal 1962 al 1976 e fu quello di un re in esilio. Il libro racconta di come Gordon venne adottato dai fan e dagli impresari danesi, potendo contare su una sorta di residenza artistica permanente al club Jazzhus Montmartre che mitigava il suo passato.

Nato nel 1923 a Los Angeles, Dexter Gordon si era imposto come uno degli alfieri del sax tenore bebop nella scena di Central Avenue, il quartiere nero di Los Angeles celebre per la vita notturna ricca di jazz e personaggi caratteristici (Moose the Mooche, lo spacciatore di Charlie Parker aveva qui la sua base). Il suo apprendistato si era svolto nelle orchestre swing: da Lionel Hampton alla compagine di Louis Armstrong, per chiudere con quella moderna di Billy Eckstine, dove suonavano artisti del calibro di Dizzy Gillespie e Sonny Stitt. Nel 1945 si trasferì a New York e divenne uno dei protagonisti della 52ma Strada, resa incandescente dai giganti del bebop. Qui iniziarono i rapporti difficili di Dexter con il mondo discografico bianco. Il libro non risparmia le critiche ai proprietari di Dial e Savoy che gli davano la possibilità di incidere, ma lo truffavano sui diritti d’autore, lasciandolo in uno stato costante di dipendenza economica, peggiorata dal suo abuso di droghe. Di questo periodo è The Chase (1947) che inaugura la moda del duello tra sassofonisti, con Dexter Gordon e Wardell Gray che incrociano gli strumenti in una lunga battaglia condotta a suon di soli sempre più eccitanti. Il pubblico comprava i dischi e arricchiva i discografici, Dexter e Wardell rimanevano in semi-povertà anche se diventavano eroi per gli scrittori beat che li citavano a piene mani nei romanzi, come avviene in Go di John Clellon Holmes e On The Road di Jack Kerouac.

Durante i primi anni europei Dexter continuò a incidere in americana patria dischi per la Blue Note, classici come Go (1962) e One Flight Up (1964) o collaborazioni, come in Takin’ Off (1962) di Herbie Hancock. In America registra, ma in Europa può esprimere liberamente la sua vicinanza alle Pantere Nere, alle quali dedicherà, qualche anno dopo, The Panther (1970). Il sassofonista rimase nei cuori degli appassionati, fino al trionfale ritorno a casa, nella seconda metà degli anni Settanta. L’autrice del libro, Maxine, entra in scena adesso, come manager di Gordon; il racconto si fa dettagliato, narrato spesso in prima persona. Il sassofonista torna a suonare nel suo paese e a incidere per la Columbia con musicisti come Woody Shaw, George Cables,Rufus Reid. La vita si assesta: ha una band stabile, viene invitato ai grandi festival; dopo qualche anno Maxine diventa sua moglie e la coppia trova un buen retiro messicano a Cuernavaca. Un tran tran che verrà scombussolato dalla telefonata di Tavernier che invita Gordon a recitare in Round Midnight. Il film narra l’amicizia fra Dale Turner, geniale sassofonista (interpretato da Gordon) e un giovane illustratore parigino che tenterà, invano, di salvarlo dalla schiavitù della droga. Nella pellicola Dexter Gordon rivela la stoffa dell’attore, offre suggerimenti al regista e restituisce la figura di un jazzista tridimensionale, non bloccato negli stereotipi insiti nella storia. Martin Scorsese, sul set per un cameo, sentenzia che Dexter è ai livelli del Robert De Niro di Toro scatenato (1980). La musica, per volere di Tavernier, viene eseguita dal vivo, da musicisti-attori del calibro di Bobby Hutcherson, Billy Higgins, John McLaughlin, Wayne Shorter, Chet Baker e Herbie Hancock, responsabile della colonna sonora per la quale vincerà l’Oscar. Dexter si dovette accontentare della nomination come miglior attore nel 1987, che segnò l’ingresso nello stardom hollywoodiano, culminato con una parte in Risvegli, a fianco proprio di De Niro. Questo è il lieto fine del libro. Quando nel 1990 Dexter morì lo fece da uomo felice e rispettato, dimostrando quanto aveva sostenuto per anni: anche i jazzmen possono vivere bene e…sorridere.

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