Utopia Woodstock

Paola Siragna, Woodstock e poi…Mimesis 2019

Mimesis, celebre per i preziosi volumi che accostano la musica con un originale approccio filosofico, nel cinquantesimo di Woodstock omaggia le utopie del ‘69, spesso contraddittorie tra loro e non contestualizzabili con semplicità, come ha ben sottolineato nella prefazione Donato Zoppo: «cercare la costanza in un’annata così complessa è impegnativo, probabilmente fuorviante: il 1969 è anno di trionfi ma anche di conflittualità, di contatti con il cielo ma anche di discese all’inferno, Woodstock lo sintetizza in pieno. L’autrice ci arriva con il garbo e la sensibilità di una “nipote dei fiori”…». L’ottica è quella di chi guarda al passato mettendolo in prospettiva. Dopo una rapida panoramica su quanto precede Woodstock, partendo da Monterey e dallo Human Be-in di San Francisco, si arriva alla tre giorni di pace amore e utopia, frutto ultimo è saporito della rivoluzione sociale e dei costumi. Bello l’amarcord dello stilista Elio Fiorucci: «la rivoluzione, che poi si è manifestata attraverso una moda e atteggiamenti che ancor oggi fanno tendenza, è nata soprattutto da una rivoluzione interiore. Potrei dire dal cuore. Un cuore che, toccato dalla poesia, da quella spiritualità e misticismo che arrivavano dai viaggi in India, dal sovvertimento totale dei valori occidentali, dalla musica che graffiava l’anima come quella di Bob Dylan o di Jimi Hendrix, ha iniziato a esplorare altri paesaggi, approdando ad altre sensibilità. Non è un caso che sia stato proprio il viaggio la metafora assoluta di quegli anni». L’influenza della controcultura arriva in Italia e invade l’immaginario, anche quello dell’infanzia, con una canzone come Tippy, il coniglietto Hippy che vince nel sacrario dell’infanzia borghese dello Zecchino d’oro, proprio nel ’69. Ovviamente l’immediato assorbimento dell’utopia di Woodstock ha riguardato le case discografiche e il cinema (mille sono le citazioni possibili, qui dei suggerimenti di Paola Siragna riprendiamo solo la trasposizione del musical Hair fatta da Milos Forman nel 79; ma l’autrice va a reperire tracce del mito anche in recenti film per bambini della Pixar, come Cars, Motori ruggenti (2006), con Fillmore, il furgoncino Wolkswagen o in Minions (2015) ambientato nel ’68 e portatore di una strepitosa colonna sonora d’epoca. Illuminante anche l’intervista a Ivano Fossati. Chiude il libro un gustoso amarcord degli hippie italiani di Gianni De Martino che racconta la fine ingloriosa della prima comune italiana ribattezzata dal Corriere della Sera “Barbonia City”. Gli aspetti interessanti sono dunque diversi in questo agile volumetto che ha una prospettiva fresca sul tema e una visuale diversa rispetto a chi ha monopolizzato il tema Woodstock, ovvero i reduci, i sopravvissuti o, comunque, la critica mondiale anagraficamente coeva al fenomeno. A cinquant’anni di distanza si può e si deve fare una analisi seria del fenomeno. Muovo solo due piccoli rilievi al volume. Quanto sono apprezzabili le connessioni con l’attualità e francamente illuminanti i collegamenti con i film di Hollywood come Cars o Minions, altrettanto apprezzabile sarebbe stata una maggior attenzione al dettato storico. Se oggi la “politica” è stata espunta dalla nostra società, questo non significa che lo fosse allora o che lo sarà domani. Il “tizio” che sale sul palco e si prende la chitarrata addosso da Pete Townshend degli Who (fatto controverso, del quale esistono ricostruzioni diverse), non è un però un tizio qualunque che blatera della libertà di John Sinclair (e chi è costui? Andrebbe detto, era un personaggio notevole della cultura anni Sessanta), ma è uno dei motori della New Left americana che tanto ha fatto per cambiare il suo Paese e che ha pagato un conto salato. Abbie Hoffman, perché è lui il tizio, è anche stato uno degli inventori del mito del rock come musica alternativa, del rito-concerto come spazio di liberazione dalle convenzioni borghesi. Non passava per caso su quel palco. Semplicemente venne anche lui espunto dal film su Woodstock e subì una damnatio memoriae che perdura tuttora. La New Left, gli hippie, gli studenti universitari in protesta, quelli che bruciavano la cartolina precetto del Vietnam e le ragazze che facevano falò del proprio reggiseno, erano particolari di un unico quadro da ricomporre.  La seconda notazione è un peccato veniale, ma visto che viene spiegato il titolo della canzone Black Magic Woman con il colore della pelle di chi l’ha composta (il chitarrista bianco Peter Green) in giustapposizione a chi l’ha portata alla fama, Carlos Santana, vale la pena notare che il chitarrista non è nero, ma di origini messicane e che le sue radici latine nel suo lavoro sono altrettanto marcate di quelle che fanno riferimento alla black music americana.

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