Nelson George: gangsta novel al meglio

Nelson George, Il cuore più buio, Jimenez, 2020.

Nelson George ha fatto centro di nuovo. Superattivo giornalista musicale, film maker, produttore televisivo, sceneggiatore  (della serie Netflix The Get Down), torna a indossare le vesti di scrittore con il suo personaggio D Hunter, impegnato nuovamente in un  mystery nel mondo della black music americana. La formula non cambia: la scena principale è L.A. dove D si è trasferito e ha svoltato una carriera nel management musicale (e sta iniziando ad accarezzare velleità cinematografiche e televisive). Gli affari prosperano e D sta entrando alla grande nel mondo della trap, curando gli interessi di un giovane Mc di Atlanta, la capitale mondiale del genere. La trap non piace molto a D che è rimasto legato all’hip hop, ma il business musicale in America non ammette troppi scrupoli, come egli stesso ha ben presente: “Prendere un 10 o un 15 per cento dagli introiti di una veterana star nera del R&B non bastava certo a sopravvivere all’interno di un mercato in cui l’hip hop era pop e il canto R&B era stato usurpato dagli Mc in autotune e dolcevita”. L’approccio totale alla musica nera dell’autore sarebbe probabilmente piaciuto ad Amiri Baraka, come oggi piace a Spike Lee o Chuck D dei Public Enemy, ma il mondo cambia: se uscisse oggi l’immortale What’s Going On di Marvin Gaye forse non importerebbe a nessuno, rimugina D Hunter/Nelson George. Al netto di una avventura intricata, con D in perenne spostamento tra L.A., New York o Atlanta e con la solita girandola di comprimari già apparsi nella serie, quello che interessa è la velocità del mystery, dove tutto viaggia rapido come instagram e i commenti, ora musicali, ora sullo stato della società americana, abbondano anche nelle pagine d’azione. Al centro del romanzo compare la storica East Coast – West Coast Hip Hop Rivalry, una sanguinosa faida tra gli artisti e case discografiche delle due coste che ha mietuto delle vittime illustri come 2Pac Shakur e Notorius B.I.G. L’enorme quantità di denaro che si muove intorno all’hip hop, ormai diventato musica pop con milioni di seguaci, scatena le azioni più sordide che spesso coinvolgono le alte sfere della politica e dell’economia. Nel libro è più volte citato l’accodo commerciale tra la Adidas e i Run-DMC che ha portato a una special edition delle sneakers bianche, come la presenza nefasta del presidente Trump, chiamato semplicemente #45 (così è stato ribattezzato dai suoi detrattori il quarantacinquesimo presidente). Il libro si interroga anche sulla cultura dell’hip hop, musica nata nel ghetto e trasformatasi in una fabbrica di dollari portatrice di messaggi equivoci. Anche se è tutta la cultura americana mainstream raccontata nel romanzo a grondare di falsi miti e dollari, in un parallelo che accomuna hip hop e Trump. “Trump, che era andato in bancarotta e aveva venduto l’anima al petrolio arabo e ai dittatori russi, sapeva che la sopravvivenza era basata sulla falsa onestà e sulle menzogne, quelle che raccontava al mondo  e quelle che raccontava a se stesso. Le vanagloriose dichiarazioni di Trump erano ridicole quanto quelle di qualsiasi ragazzino che brandiva un microfono”. Non ci sono facili risposte, anche perché siamo immersi nel flusso costante di teorie complottiste e fake news. Nel libro  tutto questo è ben squadernato al potente ritmo della storia. E la storia ha sempre il mood giusto: per corse in macchina, rapimenti e omidici The Chronic di Dr. Dree, jazz e R&B per i festini proibiti tra miliardari di Los Angeles  e escort, nelle loro lussuose ville sul Pacifico dove le luci delle stanze sono “blu come un assolo di Miles Davis”.

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