L’avvoltoio: il giallo perduto di Scott-Heron

Gil Scott-Heron, L’avvoltoio, Rogas edizioni, 2021, 264 pagine per 19,70.

Considerazione banale: un proto-rapper, consumato autore di testi, virtuoso dello spoken word e performer eclettico (capace di miscelare soul, jazz e funk ad alte temperature) come Gil Scott-Heron aveva, insieme alla fluidità della parola, una notevole facilità di scrittura. Quello che stupisce nel romanzo noir L’avvoltoio – meritoriamente tradotto in italiano per la prima volto dopo mezzo secolo- è il fatto che l’autore lo abbia scritto quando aveva solamente 20 anni. Con una carriera universitaria agli inizi, ancora incerto tra musica, poesia, attivismo e chissà che altro, in un periodo della vita dove già normalmente la confusione regna sovrana per tutti (e lo ammette lo stesso Scott-Heron nella prefazione al libro) il nostro è riuscito a mettere insieme un romanzo di genere sperimentale nella struttura, con personaggi tormentati ma non fittizi, dialoghi potenti ma credibili e con pagine che restituiscono l’atmosfera del ghetto nero di New York a cavallo tra ‘68 e ’69. Circolano droga e idee rivoluzionarie in eguale misura e il sottofondo lo fornisce il funk più sudato, quello del James Brown di Cold Sweat (p. 58). La trama è un po’ caotica, ma presenta l’omicidio di uno spacciatore visto da quattro personaggi (e punti di vista diversi) del ghetto. Quattro sguardi per una figura certamente negativa ma che alla fine emerge come vittima. Una narrazione sfumata del ghetto e dei suoi problemi che verrà presto messa in un musica dallo stesso Heron e con uguale bravura e più successo commerciale negli anni Settanta da Curtis Mayfield. Impossibile leggere senza sentirsi nelle orecchie Freddie’s Dead o Pusherman. Se non li conoscete, fate ammenda subito: probabilmente vi aspetta una notte insonne ballando con zio Curtis.

A questo punto uno potrebbe obiettare: ma come, parlando di un libro di Gil Scott-Heron (GSH) serve cercare musica da altre parti? Sì, perché GSH è sempre stato troppo “raffinato”: anche quando il suo groove era quello irresistibile prodotto con la Midnight Band non era uno che faceva sfracelli in classifica. A parte forse The Bottle. Non conoscete The Bottle? Giù in pista subito a espiare per meritare rinascita e rigenerazione (citazione per i soli iniziati alla loggia di GSH). Nei Settanta si succedono pagine di musica memorabili, ma soldi…pochini. I testi di GSH erano davvero troppo per l’America mainstream, la musica poi strizzava spesso l’occhio al jazz. Incastonata nelle pagine finali del romanzo compare una poesia: un fiume di parole che celebra la storia di jazz e soul mescolandoli, da Charles Mingus a Otis Redding, da Miles Davis a Smokey Robinson. E’ tutta Great Black Music. Insomma, GSH è stato un segreto ben custodito in America e anche qui da noi, fino a pochi anni fa. Ha iniziato in sordina a cambiare le cose Shake Underground, nel 2001, pubblicando il romanzo La fabbrica dei negri. Nel 2018 Antonio Bacciocchi propone un libro-tesi: Gil Scott-Heron. Il Bob Dylan nero. Il paragone regge tutto. Oggi gli adepti sono tanti e importanti: grazie alla curatela di Paola Attolino abbiamo l’avvoltoio, contemporaneamente LiberAria pubblica la sua autobiografia e se siete troppo pigri per leggere non perdetevi lo spettacolo del music teller Federico Sacchi che vi saprà conquistare raccontandovi del GSH precursore di rap politico e hip hop. Non dovete neanche fare lo sforzo di cercare la musica con il ditino sullo smartphone: ve la seleziona Sacchi senza sovrapprezzo. Gil merita tutto questo affetto attorno alla sua figura, penalizzata da una certa congiura del silenzio. D’altronde lui non le hai mandate a dire: “Non c’è un granché intorno a noi, a parte l’ipocrisia” (p. 219).

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